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Dinner Club: il vino e gli aggettivi

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Dinner Club è la docuserie tutta italiana per chi ama il cibo, la buona compagnia, i viaggi e non tralascia i grandi temi dell'attualità.
Dinner Club, gli aggettivi e il vino

Il cibo nell’attualità passa dall’essere sintomo di benessere, segno di malessere, simbolo di classi sociali e riscoperta degli elementi poveri della cultura di appartenenza

Ma cosa riesce a fare il Cracco show? 

Cosa significa food travelogue

In una sera di autosorveglianza da contatto con il virus, presa dalla massima necessità di sublimare l’assenza, mi imbatto in un programma: Dinner Club. Cracco, Fabio De Luigi, Luciana Littizzetto, Valerio Mastandrea, Diego Abatantuono, Sabrina Ferilli e Pierfrancesco Favino viaggiano rispettivamente verso il Delta del Po, Puglia e Basilicata, Sardegna, Cilento, Maremma e Sicilia. Apprendere, viaggiare, assaporare, osservare le relazioni umane: direi un’ottima fortuna visto che gli elementi appena citati rappresentano alcune tra le mie aree di maggiore interesse: calice di bollicine, pane di grano saraceno con olio e sale grosso e buona visione.  

Il vino

Uno degli interrogativi che Dinner Club mi ha concesso di porre è: perché non si parla del vino?

C’è il cibo in ogni forma, in ogni cottura, in ogni tatto, colore, gusto e profumo. Ma il vino come alimento, dov’è?

Questa del vino come alimento è un po’ come l’insalata paracula di Favino, perché si che il vino sia un alimento è una delle prima affermazioni tranchant che caratterizzano Camilla, mia cara amica, che “in mezzo al bosco ha incontrato il brio” e no, non è cugina di Heidi ma studiosa del vino. E lo studia a tal punto che se a cena in un qualunque sabato tu pensi di ordinare una bottiglia lei ti dice – sempre sorridendo – “Questa te la bevi te” e tu con un amaro sorriso, e consapevole della fortuna di conoscerla le rispondi “Beh che beviamo oggi?” e io in particolare le dico sempre “dai fammi qualche proposta così scelgo anche io!”.

I personaggi

Cracco: ride, e per la prima volta possiamo vedere la sua dentatura poiché a Masterchef ci regalava grande tensione, un paio di “Si Chef” al minuto e eterno dubbio, attesa e suspense che in questo caso sottopone solo a Fabio De Luigi mentre degusta una splendida schiacciata di cipolle e sorseggia un Lambrusco sulle rive del Po. Ma Cracco non ride solo perchè non è a Masterchef: la leggerezza della comicità e la dialettica dei co-protagonisti rende la scena fluida e piena, un po’ come la modalità con cui Cracco assaggia i piatti che percorrono l’Italia da nord a sud. 

Qualcosa mi è scattato dentro nel vedere il modo in cui Cracco assapora, e sì l’ho pienamente ricondotto a quando ad esempio Camilla assapora i vini: loro li mangiano i cibi, li provano, ci parlano, li manipolano, ma soprattutto li aggettivano.

Il vino è felpato, la senti la terra bagnata? il colore è chiaramente di un vulcano, setoso, ricco, deciso, morbido, oppure l’ostrica, la fiorentina di mare: “senti come è croccante?”. Mai avrei creduto nella vita di poter sentire che un’ostrica è croccante eppure loro aggettivano, e quegli aggettivi sono l’incarnazione del desiderio in chi del cibo ne fa un valore.  

Il dialetto

Dalla Ferilli a Mastandrea, il viaggio nel dialetto romano mi dona delle note familiari, la schiettezza e prontezza di battuta rende lo scambio, a tavola e nel viaggio, come una scena di un classico giovedì alle 14:00 al bar di San Callisto a Trastevere. 

La relazione con il cibo

Dalla fase verde di Freud al ricordo dei formaggini che Valerio Mastandrea associa alla sua difficoltà nel mangiare cibi bianchi, e come ogni manifestazione del Reale, Cracco prepara chiaramente un pranzo al sacco dalle note lattiche!

I luoghi e il corpo

Che Abatantuono sia un uomo di una certa sostanza è risaputo e vederlo cantare ogni pezzo scelto dalla produzione nelle sarde strade folte di alberi è stato commovente. Il luogo in cui pernottare è un cruccio che lo spinge nella verifica e nella posizione guardinga, ma “topi non ce ne sono mi sembra”!

Mettersi in gioco

La Littizzetto farebbe parlare anche i muri, tuttavia il dialogo che intrattiene rimarca un’attitudine relazionale e un volersi cimentare nel conoscere l’altro e le sue faglie affinché divengano mezzo di battuta, d’altronde ella stessa nel tenere un budello fra le mani si rende atto comico!

La comunicazione

Quel che rende il De Luigi che se si vede un minimo di televisione o film al cinema anche solo fosse per un trailer di un altro film è che ovunque, con la sua attitudine ad un sorriso dolce e azzurro, Fabio De Luigi farà una battuta. Come avviene all’interno dell’asta del pesce in cui di fatto c’è lo show nello show, un metashow potremmo dire, e in un attimo il protagonista è lui con il corpo e il dialogo in cui sembra di rivedere una scena del film “La migliore offerta”. 

Come funziona

Al Dinner Club ci sono delle regole, cinque per l’esattezza. Si va in compagnia di Carlo Cracker (Cracco), su qualunque mezzo di trasporto, verso qualunque direzione della penisola italiana e soprattutto si mangia ovunque e con chiunque. Al termine del viaggio i protagonisti si riuniscono a cena e la coppia che ha appena effettuato il viaggio farà riscoprire la propria esperienza attraverso i piatti che cucinerà espressamente con lo Chef stellato a portata di fornelli. 

Montaggio perfetto, colonna sonora pazzesca che vanno da un classico Nicola di Bari, a Bruno Lauzi passando per Matia Bazar. Le scene sono intervallate tra il viaggio e la cena, la registrazione video magnetica permette questo avanti e indietro che dona poesia all’esperienza, gli spezzoni dei dialoghi che ripresi all’interno della degustazione con i commensali forniscono una cornice perfetta ai personaggi di dar sfogo alla loro abilità di intavolare battute o imitazioni a partir dal niente. La fotografia regala panorami da appuntarsi e weekend da pianificare, i tramonti e gli occhi dei viaggiatori che li guardano, un percorso enogastronomico da far invidia o forse da prendere come esempio. 

Dinner Club tocca molte cose fra cui una particolarmente sensibile all’attualità: il dentro e il fuori, il cibo e le relazioni, la cultura ormai dimenticata e la modernità a scapito spesso della qualità.

Morale

Non prendersi sul serio e viaggiare assaggiando, grazie a Dinner Club per avermi fatto fare tre splendide cose rimanendo sul divano: ridere, voler assaporare, viaggiare imparando.