Home News “Cela ne se fait pas” : VITA CON LACAN

“Cela ne se fait pas” : VITA CON LACAN

273
0
“Cela ne se fait pas” : VITA CON LACAN

La psicoanalisi e la passione che la attraversa

Partendo dal presupposto che questo pezzo non è dell’ordine della recensione, lo definirei piuttosto una raccolta di frammenti che la lettura di questo testo ha soggettivamente evocato.

Catherine Millot è stata compagna di Jacques Lacan per dieci anni, 70 anni quelli che LO psicoanalista aveva quando iniziò la relazione con lei, stessi anni che la Millot ha quando viene pubblicato il suo libro in Francia nel 2016. Tra loro 43 anni di differenza, difficile sentirli stando al Suo fianco.

Amante, moglie, allieva e analizzante, affaccendata nel descrivere l’essere Lacan, lo definisce “quando oggi cerco di riafferrare l’essere di Lacan, a tornarmi in mente è il suo potere di concentrazione, la sua quasi ininterrotta concentrazione su un oggetto di pensiero che lui non mollava mai, fino a che non era diventato estremamente semplice. Una concentrazione che ritrovava nel suo modo di camminare: proteso in avanti, per prima la testa, come trascinata dal suo peso, che riprendeva equilibrio al passo successivo”. 

Di Lacan un tratto è inconfondibile: il modo in cui guidava l’auto: “l’immobilità lo rendeva furioso”. I limiti di velocità non erano un fatto che a lui importava, così come non dava la precedenza, passando col rosso, sfrecciando sulla corsia d’emergenza tanto la fila di auto sulla costa era insopportabile.

“Un giorno fu costretto a frenare per non tamponare l’auto davanti che aveva rallentato bruscamente. Ma nella frenata la macchina sbandò e la sensazione di invulnerabilità che avevo quando ero al suo fianco svanì.” 

Quando non era alla guida, l’insopportabilità dell’attesa lo portava a scendere dell’auto, definendo così un tratto fuori dalle regole che permette una definizione di un anarchico dell’automobilismo.

Per Lacan, in fondo, la legge non è un ostacolo che si pone di mezzo al desiderio, bensì sembra essere proprio la condizione del desiderio stesso, ciò che lo determina e costituisce impegnando il soggetto in questa nevrotica lotta. 

Come ci si può aspettare che uno psicoanalista come Lacan, in estrema dissidenza con l’IPA (International Psychoanalytic Association) potesse sottostare alle leggi del codice della strada “cela ne se fait pas”!

Sul piano relazione, volgarmente parlando, Lacan amava tutte le sue donne tanto da non poterle lasciare, le “stratificava” e poneva loro una questione significativa in ogni tentativo di convivenza con tutte: “stare lontano da me ti farà più male che stare qui e sopportare la mia ex moglie”!

Dal ritorno a Parigi, non si erano più lasciati: questo sottende un Noi che per la Millot non era congeniale, men che meno per Lacan! “C’era Lui Lacan, e io che lo seguivo: questo non faceva un noi… la sua profonda solitudine, il suo apartismo rendevano il Noi fuori luogo.”. Per questo suo esser ombra di Lacan, Catherine Millot é stata definita Sancho Panza del Don Chisciotte Lacan da Sylvia Bataille, ex moglie di Jacques. 

Una delle peculiaritá lacaniane è la conduzione dei seminari, unica forma di materiale del quale ha lasciato formale eredità a Jacques Alain Miller.

Il modo in cui Lacan teneva i seminari era qualcosa che accendeva l’enigma del desiderio. Una volta un uditore disse: “Non dice una volta la verità sulla verità” e così il seminario si chiudeva con una formula sconcertante che rilanciava l’enigma e ciascuno dava il volto del proprio desiderio in relazione a quanto si aspettava. E così ognuno faceva esperienza della delusione della propria aspettativa immaginaria, ma veniva travolto dalla grandezza dell’inaspettato, e allora lì il desiderio entrava in circolo e -ri-prendeva una nuova vi(t)a. 

“Se il farsi intendere dà soddisfazione, il parlare al muro dà godimento” proclamavadando voce proprio al godimento della parola e formulando la differenza tra parola piena e vuota. 

 Ma quale poteva essere il desiderio di Lacan?! Banalmente potremmo dire che i nodi borromei erano la sua passione; essi sembrerebbero la rappresentazione del suo godimento e il suo sintomo. 

« Gemme Catherine Millot que cest textes : lui donne en nœud ce que je navets pas »

Il linguaggio e il soggetto dell’inconscio.