Partiamo da una considerazione banale: una delle caratteristiche che ci accomuna in quanto esseri umani è la funzione corporea di base. Eppure, nel momento in cui ci accingiamo a espletare i nostri bisogni in un bagno pubblico, ci accorgiamo che l’uguaglianza scompare.
Per me donna ciò è evidente ad esempio quando attendo pazientemente in fila per il bagno e continuo a vedermi passare davanti uomini e ragazzi che non incontrano nessun ostacolo frapposto tra loro e la tazza e possono quindi sbrigarsela velocemente e tornare alla propria conversazione/cena/evento/aggiungi-attività-che-mi-sto-perdendo-mentre-sono-in-fila-per-il-bagno. A volte i più educati percepiscono l’ingiustizia e mormorano uno “scusate”.
Tell me whyyyyyy
Questo annoso problema ha radici storico-sociali. Infatti nel corso degli ultimi secoli gli spazi pubblici sono stati costruiti a misura d’uomo, letteralmente, visto che le donne esaurivano le proprie funzioni sociali in ambito domestico. Col sopraggiungere di una maggiore equità per i sessi nel settore pubblico, si pensò quindi di apparare la situazione sanitaria aggiungendo altrettanti loculi destinati alle signore. Peccato si tratti di un’uguaglianza solo apparente.
Innanzitutto, a parità di metri quadri, si possono disporre comunque più sanitari per gli uomini grazie agli orinatoi. Ma in ogni caso, pur considerando lo stesso esatto numero di water per i due sessi, le donne tendono ad usare il bagno più spesso e più a lungo per diversi fattori sociali e biologici.

Partiamo da questi ultimi: dall’adolescenza alla menopausa, le donne per una settimana al mese convivono con il ciclo mestruale. Esso comporta doversi cambiare l’assorbente ad intervalli regolari, aggiungendo tempo a quello già normalmente necessario per usufruire del bagno. Inoltre le donne hanno stimoli più frequenti durante e dopo gravidanza, nonché ogni qualvolta soggette a infezioni delle vie urinarie (cosa che ahimè statisticamente ci capita più spesso che agli uomini). Mediamente le donne sono più longeve degli uomini, quindi useranno i servizi più a lungo nel corso della vita e per una buona fetta di anni si può supporre ci saranno problemi di vescica.
Ultimo ma non ultimo, il modo stesso in cui ci posizioniamo sul water richiede più tempo, speso a capire dove appoggiare assorbenti e fazzoletti (perché la carta è finita) e come tenersi in equilibrio senza toccare la tavoletta (mentre la voce atavica di generazioni di madri rimbomba nella testa urlando “NON DEVI MAI TOCCARLA, CHISSÀ CHE MALATTIE TI PRENDI”), il tutto magari tenendo una mano sulla maniglia della porta della quale si è naturalmente persa la chiave.
Tra i fattori sociali possiamo invece includere il fatto che il più delle volte è la donna a farsi carico di accompagnare in bagno i piccoli e gli anziani della famiglia, per operazioni che richiedono più tempo rispetto al solito uso del loculo. Inoltre alcuni tipi di abbigliamento perlopiù femminili, quali le calze, complicano la fase preparatoria all’utilizzo della tazza.

Non ho scoperto l’acqua calda
Ovviamente non sto dicendo nulla che già non sapessimo. In America il movimento per la potty parity va avanti da svariate decadi (inaugurato da un senatore che si era ritrovato a perdere più di mezz’ora di concerto di Čajkovskij per aspettare la consorte in fila al bagno) con buoni risultati. Da allora diversi stati e singole città hanno adottato leggi volte a superare questa disparità.
Quali sono le soluzioni proposte finora? Aumentare i bagni dedicati alle donne (la proporzione consigliata è 1.5:1), ma è un’opzione dispendiosa e di difficile implementazione nel caso di strutture già in essere. In alternativa, molti suggeriscono di adottare bagni neutri, così da spartire su tutti il carico di attesa. Inoltre questa alternativa permetterebbe di evitare anche la suddivisione binaria, causa di un ulteriore genere di disagi.

Concludo con un quadro tristemente realistico: immaginate una ragazza in un pub che debba andare in bagno per fare pipì e magari cambiarsi l’assorbente. È da sola, per cui ha dovuto portare con sé anche la borsa. È inverno, per cui indossa calze e cappotto. Fa la fila e finalmente tocca a lei. Come spesso accade la tazza è sporca, per terra è bagnato, non c’è un gancio dove appendere la borsa, manca la carta igienica (quindi dovrà armeggiare per recuperare anche i fazzoletti dalla borsa) e la porta non si chiude a chiave. Nel frattempo, nella sua testa risuona la fosca minaccia: “NON TOCCARE LA TAVOLETTA”.
La prossima volta che l’amico ingenuo vi chiede “Ma perché andate sempre in due in bagno?”, sentitevi libere di mandargli questo link.






