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Lavoro dopo l’università: il primo rapporto tematico di genere

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Il rapporto “Laureate e laureati: scelte, esperienze e realizzazioni professionali”, primo nel suo genere, mette in luce un divario paradossale.
Lavoro dopo l’università: il primo rapporto tematico di genere

Venerdì 28 gennaio è stato presentato il rapporto “Laureate e laureati: scelte, esperienze e realizzazioni professionali” presso l’Università di Bologna. Primo nel suo genere, è stato realizzato attingendo alle indagini che ogni anno forniscono dati sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei laureati. Alla presentazione era presente anche la Ministra dell’Università e della Ricerca Maria Cristina Messa.

Il metodo di AlmaLaurea

AlmaLaurea è un Consorzio Interuniversitario fondato nel 1994 che rappresenta 78 Atenei italiani.  È un Ente di Ricerca riconosciuto e il suo Ufficio di Statistica è membro del Sistema Statistico Nazionale (Sistan) del 2015.

Nel Rapporto tematico di genere si prende in considerazione il contesto familiare di provenienza e il percorso di studio pre-universitario, fattori importanti per comprendere al meglio le influenze sulle scelte formative. Si evidenziano in seguito le performance delle laureate e dei laureati, misurate al termine del percorso di studio e analizzate con riferimento alle tempistiche nel conseguire il titolo e al voto di laurea. Il Rapporto poi si concentra sugli esiti occupazionali di laureate e di laureati anche alla luce dell’impatto che la pandemia da Covid-19. In conclusione, una prima analisi del 2021 è stata possibile attraverso lo studio delle richieste di curriculum vitae da parte delle imprese del sistema AlmaLaurea, elemento che permette di avere una fotografia molto recente delle attuali tendenze del mondo del lavoro. Questo è stato possibile grazie alla banca dati dei curricula del sistema AlmaLaurea, un archivio in continuo aggiornamento che permette di monitorare l’andamento della domanda di laureati. 

Cosa dicono i dati?

Migliori risultati universitari e più indipendenza dalla famiglia

Un primo importante dato che emerge è che le donne nel 2020 rappresentano circa il 60% della popolazione con istruzione universitaria. A questo si incrocia il fatto che spesso queste donne provengono da ambiti familiari più svantaggiati, a sottolineare come i loro risultati e traguardi siano meno influenzati dalla loro provenienza familiare.

Nell’evenienza poi che uno dei genitori sia in possesso di una laurea, anche in questo caso le donne seguono i loro passi con minore frequenza, soprattutto per quanto riguarda le discipline che indirizzano verso la libera professione (giurisprudenza, medicina, ingegneria, odontoiatria per citarne alcune).

Eppure le donne hanno migliori risultati anche nelle carriere pre-universitarie (il voto medio di diploma è di 82,5/100 per le donne e  80,2/100 per gli uomini) oltre che a provenire più frequentemente da percorsi liceali (l’80,7%, rispetto al 68,0% degli uomini).

A livello universitario, ancora una volta, le donne sono più regolari (non vanno fuori corso il 60,2% delle donne rispetto al 55,7% degli uomini) e hanno voti migliori (voto di laurea medio è 103,9/110 contro 102/110). Ma non è finita qui, durante gli studi sono anche più attive:  partecipano in maggior numero a tirocini curriculari, esperienze lavorative e periodi di studio all’estero.

Tutto questo dovrebbe avvantaggiare all’inserimento nel mondo del lavoro, perché due più due fa quattro. E invece no, la matematica in questo caso è un’eccezione. 

Un mercato del lavoro che respinge le donne

Superato il periodo degli studi, per le donne si registrano percentuali a vantaggio degli uomini. A cinque anni dalla laurea il tasso di occupazione generale vede più laureati che laureate ad essere occupati. Inoltre, dal 2020, la pandemia da Covid-19 ha poi tendenzialmente ampliato questo divario di genere nel tasso di occupazione. Questo è ancora più vero in presenza dei figli: a rinunciare alla propria carriera, perché in difficoltà nel conciliare famiglia e vita lavorativa, sono ancora una volta le mamme.

Il Rapporto mostra inoltre come gli uomini risultino avvantaggiati anche rispetto ad alcune caratteristiche del lavoro svolto. Più lavoro autonomo o alle dipendenze con un contratto a tempo indeterminato per loro, mentre le donne si trovano nella situazione opposta: più contratti non standard e alle dipendenze, principalmente nel settore pubblico.

Nonostante ciò le donne dichiarano livelli di efficacia della laurea nel lavoro svolto più elevati di quelli degli uomini.

Divario nella retribuzione

Questo panorama occupazionale non poteva che riflettersi anche in termini retributivi, ambito nel quale si conferma il vantaggio a favore degli uomini. In particolare, a cinque anni dalla laurea, gli uomini percepiscono, in media, circa il 20% in più. L’analisi mostra anche che sono soprattutto gli uomini a occupare professioni di alto livello, ossia di tipo imprenditoriale o dirigenziale (2,2% tra le donne e 3,9% tra gli uomini) e a elevata specializzazione (61,7% tra le donne e 63,6% tra gli uomini).

Il rapporto “Laureate e laureati: scelte, esperienze e realizzazioni professionali”, primo nel suo genere, mette in luce un divario paradossale.
Infografiche AlmaLaurea

Un altro dato, legato al precedente sull’indipendenza dalla famiglia di origine, è quello che evidenzia i meccanismi di ereditarietà della professione tra genitori e figli: ancora una volta sono i figli maschi ad essere i protagonisti di questo sistema.

Un quadro sconfortante?

I risultati del Rapporto certo non fanno pensare ad un paese che sta riuscendo a colmare il divario di genere nell’ambito professionale. Ma l’aspetto positivo c’è: questi dati rendono ben visibili i migliori risultati delle donne, minando la convinzione che il divario tra i ruoli sia intrinseco nella “natura della donna”. Se le donne sono ancora svantaggiate nel mondo del lavoro è dovuto principalmente da cause esterne, e non certo da altri tipi di mancanze.