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Scuola e contemporaneità

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Ma cosa davvero è mancato con la scuola chiusa? La domanda su come gli alunni dal 2020 ad oggi abbiano vissuto e stiano vivendo è necessaria.
Scuola e contemporaneità

Come spesso accade in amore, quando c’è è scontato, quando è assente ha in sé una forza inarrestabile. La memoria del ricordo e dell’assenza genera di per sé compagnia, è in una qualche forma una carezza, un occuparsi di un’idea, un ricordo, una presenza assente.

Che la scuola potesse mancare agli studenti sembra un’invenzione pitagoriana, eppure, è mancata: della scuola sono mancati gli attributi che la rendono magia nei ricordi, i compagni, la relazione, la vergogna, il compito in classe, le mani sporche di inchiostro per le tante parole che compongono i temi o le prose. Nel tempo della pandemia la scuola viene evocata nella sua dimensione problematica: una scuola assente è il segno di un cardine che si spezza, che manca di progettualità e sviluppo, una scuola assente fa tremare il presente perché non costituisce le basi per il futuro. 

Mancanze

Ma cosa davvero è mancato con la scuola chiusa? Dobbiamo necessariamente fare i conti con una scuola vittima della necessità dell’essere contemporaneo adulto di lavorare e nel suo lavorare di occupare il medesimo tempo dei figli: la chiusura della scuola ha generato la presenza di una forza legata al corpo, al posizionamento dei giovani alunni non in grado di star soli nel tempo extra scolastico. 

La dimensione politico-istituzionale ha avuto necessità di ristabilire la regola scuola come fosse una occupazione da svolgere e un posto da occupare, ma l’atto di scaldare la sedia ha molto poco a che fare con l’offerta formativa, il piano didattico, l’apprendimento e la sua forza intrinseca di sviluppo socio-individuale di ogni alunno. 

Il fatto che la scuola chiusa abbia coinciso con scuola-famiglia come unica dimensione esperita dall’individuo bambino è di per sé una contraddizione, una inammissibile realtà a cui tutti ci siamo dovuti sottoporre e a cui sempre tutti dovremmo reagire con enorme stupore e sgomento. 

Quanti adulti, magari lettori di queste parole, si sono chiesti: “Se fossi stata io quella bambina in DAD per la pandemia come avrei vissuto tutto questo? Cosa avrebbe significato per me accendere un pc presumibilmente in una stanza confinante con quella di un fratello o di una sorella senza poterci interagire?”

Interrogativi

Ecco allora che in questo interrogativo mi chiedo come sarebbe stato non avere quella scrivania di circa tre metri e mezzo che condividevo con mio fratello, la cui libreria soprastante era un’immistione di quaderni diversi, scritture diverse, materie diverse, scuola diverse, scrivania che vedeva due individui diversi fra loro, come metodi di studio individualmente unici, il cui legame era quello che puntualmente si creava superando quella linea immaginaria di spazio fra me, il mio spazio, lui e il suo spazio e diventava terreno di brevi bisticci e risa che determinavano e alimentavano la relazione fraterna che tutt’oggi ci lega profondamente. Chissà però quanti bambini lo spazio non ce l’hanno avuto, o la casa non aveva questi profumi di parziale serenità e armonia o quanto meno possibilità di interrogarsi grazie ad essa. 

Allora, la domanda su come gli alunni dal 2020 ad oggi abbiano vissuto e stiano vivendo è necessaria: la parola forse, se di parola democratica si tratta, avremmo dovuto darla a loro, ascoltarne i vissuti e non quantificarne telegiornalisticamente gli effetti, soprattutto a seguito della bocciatura del bonus psicologo. Mi sembra a dir poco riprovevole, ne offende la suscettibilità morale di un paese dotato di intelletto.

Recentemente ho letto una riflessione molto preziosa del Professor Galimberti che recita così: “La tesi di laurea, diversamente dagli esami, è un’esperienza che impegna non solo l’intelligenza, ma l’intera struttura di personalità, che in quelle pagine si mette in gioco e le firma. Oggi le tesi che concludono la laurea triennale perlopiù non superano le trenta pagine, che spesso non sono neppure lette. Alcune università hanno addirittura prescritto che certe tesi non devono superare le 27.000 battute, spazi compresi. E così la tesi diventa un fatto burocratico, assolto senz’anima, quando invece gli studenti, dopo tre anni di studi, l’anima dovrebbero mettercela, per sapere, prima che dai loro professori, per sé stessi, chi sono e cosa sono diventati dopo tre anni di studi e una trentina di esami” (Umberto Galimberti, La parola ai giovani).

La scuola non può essere un fatto burocratico, ma un esercizio di pensiero, di relazione e di vita.