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Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici

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Daria Bignardi colpisce ancora! Il nuovo libro in cui racconta l’evoluzione che il dolore le ha consentito e come la lettura di un libro si intersechi in una specifica relazione con la fase di vita che attraversa un individuo. 
“Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici”

I Libri, il Dolore, la Madre

Leggo “Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici” (Torino, Einaudi 2022) e capisco che Daria Bignardi ha colpito ancora! 

Sa parlare bene, scrivere bene, comunicare bene. Daria Bignardi sa coniugare l’amore per la conoscenza al dolore per mezzo dei libri; conoscenza di se stessa e libri che l’hanno intrattenuta quando la sua trama familiare non prevedeva che si scendesse sotto casa e con gli amici magari di quartiere e si intrattenessero i pomeriggi e allora Daria, la piccola, lì tra le pagine ha trovato la dimensione altra che diverrà segno della sua crescita personale e professionale. 

Sembra che sia arrivato un momento in cui abbia avuto la necessità di raccontarsi, raccontare l’evoluzione che il dolore le ha consentito e come la lettura di un libro si intersechi in una specifica relazione con la fase di vita che attraversa un individuo. 

La Madre

La madre sembra ancora la protagonista in termini di interrogativo e desiderio che spinge la Bignardi ad impugnare una tastiera e percorrersi: quando si trovava sul divano di casa a leggere la madre non esprimeva alcun dissenso, non ci trovava niente di male a vederla lì, anzi. Quell’atto rappresentava per lei la possibilità che stesse al sicuro, che non andasse incontro ad una brutta fine come per un mal di gola che le sarebbe potuto costare la vita a causa di un febbrone o un banale incidente nefasto. 

Allora, Giannarosa, madre citata e conosciuta dai bignardiani, è la madre a cui la scrittrice ha intitolato uno spettacolo teatrale, La coscienza dell’ansia:«Tutto quello che ho fatto lo devo a mia madre e alla sua ansia, che mi hanno rovinato e salvato la vita». Stessa madre che diceva di voler guardare solo film con “begli ambienti” e di non voler sentire parlare di malattie, un po’ come un suo vecchio fidanzato che preferiva ristoranti illuminati da vetrate rispetto alle sue cene a lume di candela. 

E ora anche lei è cambiata: preferisce riparare cose rotte piuttosto che distruggerle, o si accorge che la dedizione e la magnificazione del liceo classico ha lasciato spazio all’ammirazione per le materie scientifiche.

I libri

Così la Bignardi arriva ad un bivio cruciale su di sé: si chiede qual è la cosa che le riesce meglio nella vita e la risposta è sicuramente l’uso delle parole, dette, scritte, lette. Lette ad una velocità non comune, trecento pagine in due ore e grazie a questo suo encomiabile talento che Carlo, un caro amico le chiese: «Perchè non scrivi qualcosa di molto personale sui tuoi libri del cuore?» e allora correndo nelle librerie di casa ha selezionato i testi che avevano lasciato impressa un’emozione, cambiandole e rovinandole la vita! 

Primo della lista La foresta della notte di Djuna Barnes, e poi Il demone meschino di Sologub, Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, Caligola di Albert Camus, Ludwing Wittgenstein di Norman Malcolm, Un amore di Dino Buzzati, La vita agra di Luciano Bianciardi, I duri non ballano di Norman Mailer, Il mio mondo è qui di Dorothy Parker, I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews e In un milione di piccoli pezzi di James Frey. La scelta era fatta, e gli esclusi avevano un posto altrove, quel posto che li vedeva allontanarsi dal vissuto della letto-scrittrice.

Un memoir autobiografico scritto in dodici capitoli, come i dodici mesi dell’anno che fanno da cappello ad ogni incontro letterario o poetico dove viene svelato il punto in cui la vita dell’autrice si lega e ispira ad un testo. La bellezza della sofferenza, la bellezza del terrazzo dello studio preso in affitto per scrivere questo libro, la bellezza della ferita nell’evocare fantasmi del passato con cui l’autrice ha patteggiato, non facendoci amicizia ma mettendoli in parola nei suoi testi come mezzo con cui elaborarli come in “storia della mia ansia” dedicato a Philip Schultz. «E da quando l’ho scritto sono meno ansiosa!»

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“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione”, presa dal “Je est un Autre”, divisa nella psicoanalisi e nelle neuroscienze, critica, intellettualmente dissidente, amante della lettura e scrittura. Sofia di nome e di fatto.