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Elogio all’arte di invecchiare

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Riflessioni sui racconti di Eugenio Scalfari attorno al tempo che scorre e su quanto si possa soggettivamente interpretare questa esperienza. 
Elogio all'arte di invecchiare

Domenica, Lago di Anguillara, ore 12:30 circa, leggiamo il giornale mentre aspettiamo di andare a pranzo sull’altro versante del lago.

Il sole freddo di un inverno che stento a capire se corto o lungo illumina il giornale che sto leggendo e un colpo di vento dà voce alla mia tipica mossa di saltare di palo in frasca mentre leggo il giornale. Apro, sfoglio, chiudo, giro, cerco, guardo, penso, ritorno alla parola 1 della pagina 29 e d’un tratto leggo la parola invecchiare.

Ah, ci risiamo, felice di aver trovato uno spunto presumibilmente non lamentoso, non critico, non nefasto. È proprio domenica, infatti il giornale mi regala uno splendido colloquio tra Mastroianni, Gassman e Scalfari. Eugenio, Marcello e Vittorio che accesamente si confrontano su l’arte di invecchiare. 

Eugenio Scalfari, scrittore e giornalista storico del nostro paese, penna fondatrice della Repubblica e dell’Espresso, si racconta attorno a riflessioni legate al tempo che scorre e su quanto si possa soggettivamente interpretare questa esperienza.   

Grand Hotel di Roma, 1996: Scalfari invita Gassman e Mastroianni per una colazione a conclusione di una libera conversazione; la loro conoscenza era sproporzionata. Lui, Eugenio, conosceva molto bene le faglie della loro vita teatrale, televisiva e non, mentre loro, chissà!

Racconta che la camminata li rendeva riconoscibili, uno con le spalle ricurve a piccoli passi che avanzavano dagli occhiali tartarugati, l’altro eretto su una figura atletica aveva il viso rugoso paragonato alla somma maturità di una renetta, mela acidula e zuccherina: chissà se anche questi erano due tratti che personalmente si potevano scorgere. 

L’età che avevano era comune: i settanta circa, ed evidentemente Scalfari postulava già delle riflessioni sul tempo che scorre e l’età che si somma, la memoria e l’invecchiamento che a quanto dire i suoi commensali non amavano trattare con drittezza, aggirando il tema o minimizzando la questione. 

La tematica doveva averli toccati profondamente, visto che uno dei sintomi rintracciati fu lo sguardo delle donne trasformatosi in materno, e che tale trasformazione non fu connotata con sentimenti positivi. 

Altro accento sintomatico fu posto sull’esser chiamati Maestro, che Mastroianni ribattè con “Maestro di che?” ma Scalfari colse immediatamente l’euristica che entrambi gli uomini di spettacolo avevano attuato: la vita degli attori è soprattutto un gioco come in lingua francese jouer!

In fondo, ricordando i suoi amici, Scalfari si accorge di quanto ogni personaggio inscenato non possa ingannare il tempo, e che anche laddove potessimo avere degli anni in più, i migliori sarebbero sempre troppo pochi e forse questa è la ragione del detto che i più bei momenti appartengono all’infanzia, dove il gioco è il protagonista dei pensieri e delle azioni come fosse la regola di ogni alba e tramonto!