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La scuola – tempo I°

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Settembre porta con se diverse riflessioni sulla scuola e il suo discorso. Un'analisi di "buona fortuna" per il rientro.
Scuola tempo l°

In questi giorni sono tornati a scuola proprio tutti! Liceali, scuole medie inferiori, studenti elementari e riapertura della scuola dell’infanzia: mi veniva dal profondo una riflessione su cui mi interrogo da qualche tempo che riguarda la scuola e il suo discorso. 

Per un “buona fortuna”, in un anno figlio di due difficoltosi, e dopo un’estate di lettura de “L’ora di lezione Per un’erotica dell’insegnamento” di Massimo Recalcati (Einudi 2014). 

La scuola smarrita

La parola dell’insegnante come quella del pater familias ha un potere: quello simbolico che di fatto per noi psicoterapeuti – analisti – ha un valore importante. Questo potere lo ha sempre avuto, eppure non dava garanzia che lo studente non avrebbe riposato la sua cervicale con la fronte sul verde del banco o direttamente sul libro che veniva incarnato dal docente presumibilmente in maniera poco personale. 

L’insegnante ad oggi non si regge sulla forza della tradizione: come ogni autorità che quest’epoca vede evaporare, anche l’insegnante vede il colore del suo tramonto. C’è però un posto che l’insegnante può ancora occupare, che deriva da molto lontano: quel posto è l’impossibilità di sapere. Questo rende possibile la dimensione erotica del sapere. 

La lavagna elettronica, così come il registro analogo, rappresentano per un certo verso il declino della carta, della stortura dell’ortografia o della riconoscibilità di un’ortografia che solo un’insegnante può avere. I libri, ecco quelli è bene che non tramontino perché testimoniano, danno vita: il libro scritto, come quelli che ho accanto in questo momento, rievocano i posti in cui sono stati, il momento in cui li ho comprati e hanno degli appunti inediti. Unici nella loro impressione. 

Da quando conobbi il mio maestro di neuropsicologia veneziano, Matteo, imparai a segnare sui libri la data dell’acquisto e talvolta anche il luogo, non perché non riuscissi a ricordarlo, ma perché dava loro una seconda nascita, quella avvenuta nelle mie mani. I suoi libri, di cui ricordo vividamente un racconto che custodisco come intimo, erano “marchiati” dalla sua grafia, autografati con precisione, avevano una cornice storica in cui avevano preso la forma del loro nuovo proprietario. Da allora, da quel racconto così dirompente per me, anche i miei libri si portano la loro nascita da me anagraficizzata, come a dargli il senso, del rispetto che nutro nel donarmi ogni volta ciò che voglio leggerci. 

La scuola rappresenta persistentemente una forma di apertura all’altro: combatte infatti il ritiro tecnologico o la schività mediatica, combatte l’isolamento sociale dettato dai videogiochi e consente il confronto che da vita ad un più ampio respiro dell’apprendimento. 

La scuola permane come il giardino in cui ognuno di noi ha potuto fare l’incontro dell’altro, dell’istituzione ed è anche un primo luogo di solitudine in mezzo a molti altri, soli come noi. 

Un mestiere impossibile

Freud definiva lo psicoanalizzare, l’educare e il governare come i tre mestieri impossibili: ma cosa c’è di impossibile nell’educare? 

La difficoltà di stare entro il no: no che segna un al di qua e al di là, no che si confronta con il governo della pulsione, no che viene controbattuto, in-accettato (talvolta si sfida per farsi dire di no!) e vissuto con il sentimento della vergogna e quindi a causa del tempo moderno respinto e agito con rabbia. 

Massimo Recalcati pone l’accento sul punto chiave del rovescio moderno: dall’uomo del sacrificio all’uomo del godimento, quindi dallo scolare “perché?” a quello del “perchè no?”. Su tale affermazione si dispiega il contro legge dello studente contemporaneo in cui dilaga il godimento della cosa oltre la legge simbolica. 

Potremmo riassumere la difficoltà di esercizio di questo mestiere nel divieto di utilizzo della cosa, dell’oggetto cellulare tanto amato dagli adolescenti contemporanei: questo divieto impone il sollevamento del viso e l’incontro (non necessariamente la ricerca) con l’Altro nel suo corpo e nei suoi tratti, contrastando la tendenza all’isolamento e all’alienazione della cosa. 

Il trasporto erotico verso il sapere

L’insegnamento che rispetta i canoni della trasmissione “non inquadra, non uniforma, non produce scolari ma sa animare il desiderio di sapere”. Di fatto è possibile apprendere quando a priori vi è la libertà di lasciare aperto il campo dell’altro al proprio essere; ognuno apprende e trasmette nella sua unicità, animato dal suo desiderio. L’insegnamento quindi passa sotto forma di amore: amare  l’alunno quindi significa rispettarlo nella sua differenza, nella sua non uguaglianza con l’altro o con ciò che ci si aspetta un alunno debba essere. Elogiare la falla, la eterogeneità e lo spettro del diverso dovrebbe essere il faro guida per ogni insegnamento che ha l’ingrediente dell’amore come motore per la trasmissione. 

Questo processo, come in ogni istituzione, in questo caso scolastica, in psicoanalisi ha il nome di transfert. Secondo Jaques Lacan un  primo modo di intendere il transfert è situarlo sull’asse immaginario della cura. Si tratta quindi di sentimenti all’interno di un’analisi, ovvero ripetizioni o riedizioni della relazione con la figura primaria di accudimento.

Non si può trasmettere un sapere senza che esso passi dal transfert di chi lo eroga a fronte di chi lo accoglie. 

Dalla scuola smarrita, al mestiere impossibile condito con il trasporto erotico verso il sapere, porgo agli studenti nascenti il mio buona fortuna affinché sia l’anno della scoperta e dell’incontro sotto forma di incognita da svelare.

Agli insegnanti dono le sempre attuali preziose parole di Jacques Lacan:

“Chi vi parla è nella psicoanalisi da abbastanza tempo per poter dire che ben presto avrà passato metà della sua vita ad ascoltare vite che si raccontano, che si confidano. Ascolto, ascolto. Non ho alcun titolo per misurare il valore delle vite che da quasi quattro settenari ascolto confidarsi davanti a me. Io ascolto. E uno degli scopi del silenzio che costituisce la regola del mio ascolto è proprio quello del tacere l’amore”.

J. Lacan, Discorso ai cattolici, in Dei Nomi del Padre, Einaudi 2006.