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Etica museale (Parte II): Resti umani e come trattarli

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Etica museale (Parte II): Resti umani e come trattarli
Etica museale (Parte II): Resti umani e come trattarli

Il modo in cui gli esseri umani danno senso a vita e morte è profondamente legato a matrici culturali e varia a seconda della parte del mondo in cui ci si trova. Le credenze e ritualità legate al culto dei morti sono quindi molteplici e l’esposizione di resti umani nei musei solleva non poche questioni.

La problematica: sensibilità, trascorsi storico-politici, credenze religiose

La rappresentazione, riproduzione e esibizione di reperti umani può urtare sensibilità per diversi motivi. 

Alcuni sono legati ad un trascorso di espropriazione coloniale: si pensi al “Gigante Irlandese” Charles Byrne, conservato nello Hunterian Museum del Royal College of Surgeons di Londra; alla “Venere Ottentotta” Saartjie Baartman, ospitata nel Musée de l’Homme di Parigi fino al 1974 quando il Sudafrica ne ottenne la restituzione; allo scheletro dell’etiope Peter Lerpi tuttora presso il Museo di Anatomia di Modena. Oppure ai territori storicamente espropriati ai Nativi Americani, dove a seguito di scavi archeologici sono stati rinvenuti tombe e luoghi di culto poi convertiti o trasportati in musei a pagamento (il NAGPRA lotta per frenare questo fenomeno).

Al di là delle questioni di legittimo possesso e provenienza, in alcuni casi è la mostra stessa dei resti ad essere percepita come eticamente scorretta: infatti per molte culture i morti per rispetto non andrebbero rappresentati o estratti dal loro luogo di riposo. I Diné (Navajo) credono che le spoglie possano far ammalare chi le osserva, mentre secondo popolazioni amazzoniche le tsantsa (teste rimpicciolite) dei guerrieri potrebbero contenere spiriti vendicativi pronti risvegliarsi in mancanza dei dovuti riti di conservazione.

Questione di tempo?

Per un visitatore ritrovarsi di fronte ad un reperto intimamente legato alle proprie origini e riconoscerlo trafugato o peggio, violato, può costituire un’esperienza estremamente traumatica. In maniera forse un tantino sensazionalistica, il Pitt Rivers Museum di Oxford ha avviato una campagna di sensibilizzazione aggiungendo dei cartelli nell’area etnografica che recitano frasi del tipo: “Come ti sentiresti se i resti della tua famiglia venissero presi e esposti al pubblico?”.

Etica museale (Parte II): Resti umani e come trattarli
Etica museale (Parte II): Resti umani e come trattarli – Immagine dal sito ufficiale del Pitt Rivers Museum

In effetti quando pensiamo a “resti umani” nei musei, probabilmente la nostra mente corre a dei teschi ben preservati risalenti alla preistoria, o al massimo alle mummie egizie (i cui strati, frutto del rito dell’imbalsamazione, non erano comunque pensati per essere visti): reperti antichi, quindi. Non sempre è così, come nel caso sopracitato dei nativi americani, ma anche in quello della mostra itinerante Body Worlds (attenzione al link, contenuto grafico delicato). Lanciata nel 1996, nel corso degli anni ha dato adito a controversie legate ai concetti di dignità umana e rispetto per i morti, contrapposte alla sua utilità educativa e scientifica, nonché alla componente di intrattenimento che a molti apporta.

Dal lato dei Musei

D’altra parte, collezionisti e studiosi ricordano che proprio grazie all’analisi dei resti antichi diverse discipline (antropologia, bioarcheologia, osteologia, paleopatologia) sono in grado di ricostruire aspetti antropologici (età, genere, statura, patologie o traumi) e metterli in relazione con dati culturali e geografici (densità della popolazione, fattori ambientali e climatici, fonti di approvvigionamento, strutture familiari ed abitative). Essi permettono non solo la ricostruzione di variabili socio-ambientali essenziali alla comprensione dell’evoluzione umana, ma anche di indagare sulle cause storico-culturali di alcuni avvenimenti e fornire prospettive alternative a quella occidentale nella risoluzione di problemi contemporanei. La loro condivisione in mostre e musei ha quindi un incredibile ruolo educativo e divulgativo, anche in chiave interetnica.

Il Codice Etico ICOM e lo Human Tissue Act

Etica museale (Parte II): Resti umani e come trattarli
Etica museale (Parte II): Resti umani e come trattarli

In risposta alla consapevolezza crescente della comunità internazionale sull’argomento, si è cercato di adottare un approccio più riguardoso con le collezioni eticamente “sensibili” (resti umani, oggetti cerimoniali o patrimoni storici di minoranze), incoraggiando il dialogo continuo tra autorità museali e le comunità di origine.

Nel 2004 il Codice Etico ICOM decretò che: “l’esposizione di resti umani e materiale sacro deve rispettare le norme professionali e, qualora l’origine sia nota, gli interessi e le credenze della comunità e dei gruppi etnici o religiosi da cui gli oggetti provengono. Questi ultimi devono essere esposti con il massimo riguardo e nel rispetto dei sentimenti di dignità umana propria di tutti i popoli”. 

Nello stesso anno in Gran Bretagna venne varato lo Human Tissue Act, volto a regolamentare e tutelare la rimozione, conservazione, uso e utilizzo di tessuti umani (appartenenti a deceduti o viventi).

In pratica

All’atto pratico, come si può applicare il “massimo riguardo”? Ci sono diverse soluzioni. 

Alcuni musei affiggono indicazioni all’ingresso delle sale con contenuti sensibili, per allertare i visitatori e permettere loro di prepararsi o di evitarle. Altri coprono le teche interessate con un telo e lasciano che sia il visitatore, debitamente avvisato, a scegliere se sollevarlo. In altri ancora gli scheletri vengono disposti in aree più appartate per dar loro un po’ di “privacy”.

In generale è auspicabile una stretta collaborazione tra direttori, curatori delle mostre e rappresentanti o esperti delle comunità d’origine, affinché l’esposizione dei reperti culturalmente significativi avvenga con rispetto e siano raccontati in maniera veritiera, fornendo il contesto d’appartenenza. Quando purtroppo ciò non è stato possibile, ci sono stati casi in cui si è richiesta ed ottenuta la chiusura del museo per appropriazione indebita di patrimonio storico.</p>

In Italia mancano ancora codici etici specifici o un trattato simile al Tissue Act britannico, ma è significativo che nel 2019 a Pompei e Napoli si sia tenuta la prima conferenza dedicata al resti umani come materiali sensibili, a dimostrazione di come sia un tema molto attuale anche per noi. Assolutamente degna di nota anche questa recente pubblicazione su Medicina Historica da parte di alcuni ricercatori dell’Università di Genova.

 

Ringrazio molto le Dottoresse Anna Gallone (Direttrice di Scavo – Gabii Project) e Kristina Killgrove (Ricercatrice – Roman DNA Project) per i riferimenti bibliografici.