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La Questione della Lingua 4.0: verso un italiano gender inclusive

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Data l’assenza di un neutro nell’italiano, la nostra lingua è destinata ad essere discriminatoria? Assolutamente no! Vediamo come e perché.
La Questione della Lingua 4.0 verso un italiano gender inclusive

Una delle tante sfide che la questione dell’identità di genere deve affrontare è sicuramente quella linguistica. Data l’assenza di un neutro nell’italiano, è possibile che la nostra lingua sia destinata ad essere discriminatoria? Assolutamente no! Vediamo come e perché.

L’Italiano una lingua limitata?

Il genere nella lingua italiana può essere o femminile o maschile. Le persone non binarie, gender fluid o gender queer non si rispecchiano in questa dicotomia maschio-femmina. Come è possibile quindi esprimersi in modo inclusivo? 

Se in Inglese tramite il they singular, ovvero l’uso del pronome they e aggettivo them con significato singolare al posto di she/her o he/his, sembra che si sia trovata una soluzione valida per ovviare al binarismo, in italiano la situazione è più complessa: noi decliniamo anche aggettivi e participi a seconda del genere grammaticale, non solo i sostantivi. 

L’utilizzo di una vocale piuttosto che un’altra nella desinenza determina il genere di quella parola nel nostro sistema linguistico (O/I maschile, A/E femminile), per questo da qualche anno, soprattutto nel web, si stanno portando avanti diverse soluzioni alternative che permettano di non lasciare fuori nessuno. Non esenti da polemiche ovviamente. 

A complicare il tutto, il fatto che in italiano storicamente si è sempre utilizzato il maschile sovraesteso, vale a dire l’uso del maschile come neutro per riferirsi a gruppi eterogenei. Questa soluzione era  portata avanti per amor dell’economia linguistica: dire “cari tutti” rispetto a “care e cari tutte e tutti” è sicuramente più scorrevole. Ma nasconde le persone di genere femminile o non binario, un problema sia di precisione che di discriminazione. Dunque l’inclusività è condannata ad essere stilisticamente più pesante?  Per fortuna no. 

Una delle tante sfide che la questione dell’identità di genere deve affrontare è sicuramente quella linguistica. Data l’assenza di un neutro nell’italiano, è possibile che la nostra lingua sia destinata ad essere discriminatoria? Assolutamente no! Vediamo come e perché.
Esempi pratici da TDM magazine

Come si legge nella guida al linguaggio inclusivo di TDM magazine,  per ovviare a queste ripetizioni si può fare appello alla fantasia, creatività ed attenzione. Nessuno dice che sia semplice, ma in pratica sono le stesse basi della buona scrittura in genere, non credi?

Una delle tante sfide che la questione dell’identità di genere deve affrontare è sicuramente quella linguistica. Data l’assenza di un neutro nell’italiano, è possibile che la nostra lingua sia destinata ad essere discriminatoria? Assolutamente no! Vediamo come e perché.
Esempi pratici sa TDM magazine

Desinenze alternative

Va bene, però oggettivamente poter avere una desinenza dal valore neutro sarebbe davvero la soluzione ottimale! Soprattutto nei social, dove la scrittura è veloce ed immediata, molto più simile al parlato che al saggio dell’anno.

Per questo non è un caso che le prime proposte alternative alle desinenze tradizionali abbiano avuto luogo proprio nei social network. Tra queste, l’asterisco è quello che più si è diffuso nella lingua italiana, ma sono utilizzate anche la chiocciola o il trattino finale al posto della desinenza “genderizzata”. 

Come pronunciare però questi simboli? Non avendo un riscontro nella lingua parlata, foneticamente il nostro cervello le elabora come un troncamento (È importante la partecipazione di tutt). Un altro problema, inoltre, è che i sistemi di lettura per ipovedenti non riescono a leggere questi caratteri creando confusione per il lettore. Parlando di inclusività non si può cadere in questo paradosso!

Ci si è rivolti allora a delle lettere del nostro alfabeto: la “x” e l’unica vocale che non ha valore di genere, la “u”. La prima però può risultare difficile da pronunciare in alcuni nessi consonantici mentre la seconda in alcuni dialetti corrisponde al maschile. 

Dulcis in fundo si arriva alla schwa (ǝ): nel corso del 2020 è stata scelta dalla casa editrice effequ come soluzione per una lingua più inclusiva. La sociolinguista Vera Gheno, che con la casa editrice ha dato alle stampe Femminili Singolari (2019), dà una chiara motivazione che supporta la scelta:

« […]è una specie di forma intermedia tra A ed E. Per questa sua caratteristica, mi pare particolarmente adatto per il ruolo di identificatore del mix di generi maschile e femminile o di una moltitudine mista. Il vantaggio è che, al contrario di altri simboli non alfabetici, ha un suono.»

Lo schwa infatti si trova al centro del cosiddetto quadrilatero vocalico, ovvero lo schema che identifica il livello di apertura del nostro sistema vocalico. Di norma in italiano standard si utilizzano solo sette vocali: la a, la e aperta, la e chiusa, la i, la o, la u. In realtà, però, ci sono altri diversi suoni intermedi che appartengono alle varie sfumature regionali e dialetti (la ǝ fa parte di questi).

Una delle tante sfide che la questione dell’identità di genere deve affrontare è sicuramente quella linguistica. Data l’assenza di un neutro nell’italiano, è possibile che la nostra lingua sia destinata ad essere discriminatoria? Assolutamente no! Vediamo come e perché.
Quadrilatero vocalico

Se ti stai ancora chiedendo come si pronuncia, un classico esempio è la “e” di Napulǝ in dialetto partenopeo.

Le critiche

Nonostante lo schwa abbia fatto capolino anche sulla carta stampata (per la prima volta Michela Murgia l’ha utilizzato in un articolo non collegato alle questioni di genere per L’Espresso), sta andando incontro a non poche polemiche. 

La prima, la più immediata: la maggior parte dei parlanti dell’italiano standard non sa come si pronuncia, quindi in qualche modo la lettura si interrompe. Questo porta a vedere lo schwa come qualcosa di artificioso, innaturale, che ostacola la comunicazione. Un’altra delle critiche principali è infatti che non si può decidere una riforma linguistica a tavolino. O meglio, a potere si può, ma è destinata a fallire se poi non trova riscontro nell’uso dei parlanti. Meglio semplificare così, per non incastrarsi qui nel labirinto della questione Norma-Uso della lingua (non me ne voglia chi si occupa di linguistica!).

Queste resistenze sono comprensibili: si tratta di una modifica a livello morfologico, vale adire al livello delle fondamenta del nostro sistema linguistico, è normale che il cambiamento sia percepito come una scossa di terremoto. 

Inoltre, attualmente anche lo ǝ non viene riconosciuto dai sistemi di lettura per ipovedenti, ma questo è un elemento al quale l’intelligenza artificiale potrebbe facilmente trovare un rimedio.

Lavori in corso

Una delle tante sfide che la questione dell’identità di genere deve affrontare è sicuramente quella linguistica. Data l’assenza di un neutro nell’italiano, è possibile che la nostra lingua sia destinata ad essere discriminatoria? Assolutamente no! Vediamo come e perché.
Vignetta di Sio

Nel frattempo sperimentare, seppur sbagliando, è l’unica opzione possibile per chi si auspica che i diritti delle persone vengano rispettati. Se è vero che sono i pensieri dei parlanti a modellare la lingua, è ugualmente vero anche il contrario: le parole plasmano il nostro pensiero, e quindi la nostra cultura. Non voler rappresentare chi non si riconosce nella dicotomia di genere, lasciarlǝ nell’invisibilità, non rispecchia certo l’ideale di una società libera ed egualitaria. Società nella quale sarebbe bello vivere, non pensi?

«La vera libertà di una persona passa dalla conquista delle parole: più siamo competenti nel padroneggiarle, scegliendo quelle più adatte al contesto in cui ci troviamo, più sarà completa e soddisfacente la nostra partecipazione alla società della comunicazione.»

Vera Gheno