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Musico, ergo sum. Storia di una compositrice di Caralis

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Martina Pisano, 31 anni, musicista ed esordiente compositrice. Signore e signori c’è chi ha il coraggio di puntare sulla musica con destrezza e tenacia!
Musico, ergo sum. Storia di una compositrice di Caralis

“Un giorno mi fermerò, MA NON È QUESTO IL GIORNO!”: mentre questa è la replica alla mia proposta “ti vorrei intervistare ma sei hai mille cose da fare rimandiamo”.

La citazione tolkeniana ci dà la quadra di Martina Pisano, cagliaritana, quasi 31 anni, musicista ed esordiente compositrice. Ebbene sì, signore e signori: nel 2021 c’è ancora chi ha il coraggio di puntare sulla musica e lo fa con la destrezza di un elfo e la tenacia di Samvise Gamgee.

Musica, Music, Mузика: tutto il mondo suona

Q. Possiamo definire Cagliari una città musicale?

A. È un aspetto che ha cominciato ad emergere soprattutto negli ultimi anni, credo anche grazie al movimento Buskers in Cagliari che ha permesso di portare la musica sulle strade. Il Premio Parodi è un evento nazionale e abbiamo diversi artisti abbastanza affermati che cantano in lingua sarda (stile Balentes per dire). Per esempio Stefania Secci e Francesca Puddu, Claudia Aru, hanno tutte una forte identità regionale, ma per forza di cose rimangono un po’ di nicchia. Certo esiste anche l’annoso problema: siamo tanti, ma sono sempre le stesse persone ed essere chiamate a lavorare. Suonare per strada aumenta le chances: non sei vincolato ai locali che ti chiamano, puoi farti sentire e apprezzare.

Q. Su che frequenze viaggi a Londra e a Sofia?

A. Volevo studiare composizione di colonne sonore per film ed in Italia c’era poco e a Cagliari niente: per cui sono andata a Londra, la capitale europea del settore. Per entrare in una delle Scuole ho preso lezioni da Enrica Sciandrone della Royal College of Music e seguito da vicino Neil Stemp, prima osservandolo e poi collaborando con lui (ad oggi mi chiama per registrare i pezzi di chitarra, ne vado fiera!). Mi sono sorpresa della generosità dei professionisti, della loro disponibilità a prestarsi come mentori: forse perché lì il mercato è talmente ampio che, al di là della sana competizione, sai che se sei bravo torneranno da te e non hai da temere. 

L’anno scorso sono entrata alla Film Scoring Academy of Europe dell’Irish American University, a Sofia. Lì si respira un’aria più folk: gli artisti bulgari sono maestri degli strumenti tradizionali e hanno orchestre d’archi fenomenali (tanto che John Powell in Solo, ha usato un coro bulgaro). La scuola è stata molto intelligente nel dare a compositori alle prime armi un suolo così fertile: si ha la possibilità di collaborare con degli artisti di altissimo livello, che suonano i pezzi nostri tanto quanto brani di Bartók. 

La componente economica gioca un ruolo importante nel panorama internazionale: suonare è costoso e potersi permettere una certa gamma di strumenti, o di ingaggiare un’intera orchestra, innegabilmente incide parecchio.

Ritorno al backstage

Martina Pisano, cagliaritana, quasi 31 anni, musicista ed esordiente compositrice. Ebbene sì, signore e signori: nel 2021 c’è ancora chi ha il coraggio di puntare sulla musica e lo fa con la destrezza di un elfo e la tenacia di Samvise Gamgee.
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Sintonizzarsi sulla propria lunghezza d’onda

Q. Come sei passata al dare le spalle al pubblico?

A. La premessa è che non ho abbandonato la chitarra: quando c’è un’occasione piacevole, la riprendo volentieri. Eppure sentire le proprie composizioni da spettatore regala tutta un’altra soddisfazione: evviva la chitarra, evviva la voce….ma vuoi mettere un’orchestra da 110 elementi che suona un tuo pezzo!? Quando lavori d’arte, l’arte è lì ed ora e se non te la godi perché sei concentrato a suonare – mi sembra un’emozione persa. 

La massima realizzazione è entrare in contatto con i personaggi di un film e raccontare la loro storia, mettendo la giusta musica sulla giusta scena: lo strumentale eleva, i suoni non immediatamente riconoscibili per me hanno un fascino quasi de-umanizzante. Ecco, io vorrei far sentire le persone come mi sento io quando ascolto la colonna sonora di Spirit!

Q. Ormai vivi e lavori da anni in un contesto internazionale. Le note italiane si sono attutite, accentuate, ti distinguono?

A. Il mio suono non è molto italiano perché ho ascoltato tante altre cose. L’italiano è l’orchestra, la musica classica, Ennio Morricone, il melodico: io avendo studiato jazz manouche e folk, a livello di suono mi stacco dalla tradizione nostrana. Torno a casa però con l’armonia, che tendo a comporre in modo un po’ consequenziale, senza la complessità armonica del jazz. Sto cercando di uscirne però, eh eh!

Q. Conservatorio, gipsy jazz, composizione: che consigli daresti alla Martina di dieci anni fa?

A. Dalla sua prospettiva non mi sarei immaginata qui: avrei voluto giocare a basket a livelli seri, ma fracassatami un ginocchio ho completamente… cambiato squadra. Quindi le direi: vivila giorno per giorno. Play by ear. E le direi di studiare di più. E di correggere gli esercizi sbagliati del periodo a Londra, come quel compito sul video di Jude Law lasciato a metà: non si fa così, Marti! Non si abbandona la nave – la nave sei tu, deficiente! Non so, così facendo forse non avrei conquistato qualcosa, ma magari non avrei perso tempo.

Q. Cerca di riappacificarti con te stessa per l’ultima domanda: se tu fossi una melodia, che caratteristiche avresti?

A. Sarei una musette francese: manouche, tre quarti, di base chitarra acustica con fisarmonica e violino. Stile Midnight in Paris.

Un’aspirante compositrice durante gli studi si destreggia con diverse prove: scrivere intere canzoni usando solo tre note, musicare spezzoni di cartoni animati e serie tv in cui ogni strumento corrisponde ad un personaggio, creare pezzi sulla base di una certa atmosfera o emozione da trasmettere. Nonostante l’immenso coinvolgimento personale che tutte queste imprese sottintendono, il compositore il più delle volte rimane dietro le quinte, e ne gongola. Infatti una delle massime del mestiere pare sia: “se la gente esce dal cinema contenta, ma non si ricorda la colonna sonora, hai fatto un buon lavoro”. Come un maquillage di classe, l’accompagnamento sonoro (salvo volute scelte di regia) è studiato per dar risalto a ciò che osserviamo sulla scena, non per rubarla.

Nonostante la discrezione, ogni tanto qualche soundtrack ci colpisce tanto da rimanere impressa. Talmente, a volte, da spingerci perfino a cercare il nome del reticente ideatore.

E voi, avete una colonna sonora preferita?