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Intercultura e dintorni: alterità a confronto

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Condividiamo un bisogno di immedesimazione e appartenenza, che tende a farci mettere sulla difensiva quando non ci riconosciamo in chi abbiamo di fronte.
Intercultura e Dintorni: alterità a confronto

Tutti condividiamo un ancestrale bisogno di immedesimazione e appartenenza, che tende a farci mettere sulla difensiva quando non ci riconosciamo in chi abbiamo di fronte.

Il senso di spaesamento può essere indotto da diversi tipi di alterità: da una lingua sconosciuta, da un vestiario eccentrico, da un odore indeterminato, da un’abitudine insolita, da un oggetto imperscrutabile, da una persona dal genere indefinito. Da tutto ciò che istintivamente percepiamo come atipico, anormale.

Normale vs anormale

Apriamo una parentesi, apparentemente banalotta: che significa “normale”? Secondo la Treccani: “[dal lat. normalis “perpendicolare”, der. di norma “squadra”]. – agg. 1 [che segue la norma, conforme alla norma e sim.: un comportamento n.] ≈ abituale, comune, consueto, nella norma, ordinario, regolare, solito, usuale”.

Quindi normale è tutto ciò che rientra armoniosamente in una determinata “fetta” del reale. La domanda successiva sorge spontanea: chi taglia la torta?

Keep calm and intercultura

A questo proposito, negli Stati Uniti da decenni è andata sviluppandosi una branca di studi dedicata alla “Intercultura” (in Italia ne abbiamo mutuato qualche pratica sotto il nome di “comunicazione interculturale”). Anna Ferrari, docente presso l’istituto americano Council on International Education & Exchange, ci introduce al concetto: “È uno scambio reciproco volto alla comprensione, allo sviluppo della capacità di intendere pratiche diverse dalla propria e portare avanti una riflessione meta-culturale. In pratica si impara ad applicare la regola del «ciò che è normale per me non è necessariamente normale per gli altri».”

Normale, per chi? Quando gli altri siamo noi

Condividiamo un bisogno di immedesimazione e appartenenza, che tende a farci mettere sulla difensiva quando non ci riconosciamo in chi abbiamo di fronte.
Intercultura e Dintorni: alterità a confronto

Una volta fui invitata da Anna a fungere da cavia in un’attività della sua classe americana (con provenienze US variegate). Piazzata in piedi nel bel mezzo della stanza per due minuti, i ragazzi seduti tutt’intorno, il loro compito consisteva nel farsi un’idea il più possibile chiara e precisa su di me basandosi unicamente sul mio aspetto. Sorvolando sull’imbarazzo causatomi dal sentire le congetture su età e peso, alcune delle loro intuizioni furono alquanto sorprendenti. Intanto, più d’uno decise che ero attenta alla moda – quando l’età media dei vestiti nel mio armadio potrebbe votare. A quanto pare il mio abbigliamento smart-casual da ufficio dal punto di vista di un gruppetto di universitari americani risultava elegante (in particolare erano incriminati i pantaloni di velluto a coste – Alcott, €15). Poi, alcuni attenti detective notarono un anello e decretarono fossi sposata – un paio si spinsero ad attribuirmi un figlio, perché alla fine l’età tornava (sigh): anche lì acqua. Qualcuno mi considerò simpatica e socievole perché sorridevo. Probabilmente ero religiosa in quanto italiana. Una ragazza ipotizzò che mi piacesse leggere e studiare, perché dopotutto mi trovavo in un’università.

Abiti e monaci, libri e copertine

Questo scrutinio impietoso lo operiamo tutti, più o meno consciamente, e risponde alla nostra innata curiosità e al bisogno che abbiamo di categorizzare il mondo circostante. Ci appigliamo a qualunque tipo di informazione abbiamo a disposizione: la vista la fa da padrona. Inquadrare chi abbiamo di fronte ci permette di predire che tipo di interazione potremmo avere e decidere se sia il caso di intraprenderla o di evitarla. È un meccanismo naturale, ma non vuol dire che sia affidabile e soprattutto che possiamo accontentarci: serve lo scambio, per saggiare la teoria. Inoltre gli stessi dati vengono catalogati differentemente a seconda della cultura (in base ai valori, alle credenze, alle aspettative, alle abitudini, etc…). 

Tuttavia, la consapevolezza della nostra tendenza spontanea ad emettere un giudizio ordinante (spesso binario) è il fondamentale punto di partenza nella lotta al pregiudizio e allo stereotipo.

Per chiudere in leggerezza, vorrei far notare che non fermarsi alle apparenze è una buona pratica in ogni ambito: ve lo dice una a cui per ben tre volte è capitato di salire in macchina di sconosciuti perché era dello stesso colore di quella di chi la doveva passare a prendere. A quanto pare la vernice non basta!