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Cos’hanno da dirsi il Papa e Freud?

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Cos’hanno da dirsi il Papa e Freud - Foto by Nacho Arteaga
Cos’hanno da dirsi il Papa e Freud - Foto by Nacho Arteaga

Un libro: gli incontri tra il Pontefice e un’analista ebrea

Lo leggeremo presto in un libro che verrà prossimamente pubblicato in Francia, dodici dialoghi con un sociolo: Dominique Wolton (titolo: «Politique et société», edizioni L’Observatoire).

Sei mesi, mezzo anno, in cui il Pontefice si è recato presso lo studio di una psicoanalista. All’età di 42 anni Padre Jorge Mario Bergoglio ha richiesto l’incontro con la psicoanalisi. Di lei -La Psicoanalista- dice che è sempre stata al suo posto e prosegue: «Ho consultato una psicanalista ebrea. Per sei mesi sono andato a casa sua una volta alla settimana per chiarire alcune cose. Lei è sempre rimasta al suo posto. Poi un giorno, quando stava per morire, mi chiamò. Non per ricevere i sacramenti, dato che era ebrea, ma per un dialogo spirituale. Era una persona buona. Per sei mesi mi ha aiutato molto, quando avevo 42 anni».

Sono gli anni 1978-’79 quelli in cui c‘è la dittatura, quelli in cui Padre Bergoglio si accingeva a prender parte come rettore al Collegio Máximo dopo l’esperienza come provinciale nell’Ordine dei Gesuiti d’Argentina. 

Sono gli anni in cui il futuro Pontefice incontra le domande sulla fede, sul dolore, sulla ferita, sulla divisione e forse, sono gli anni in cui la psicoanalisi e la religione ballano in un walzer timido, come due perfetti sconosciuti che si riconoscono per un tratto in mezzo ad una folla. Un ballo delicato, curioso, forse a tratti costituito dal giudizio che sfuma, con la profondità che queste due dimensioni sanno comunemente toccare. 

La religione e la psicanalisi

Qualche mese fa, o forse prima della pandemia, dopo un pranzo di pesce in terrazzo sul tetto romano di casa mia, prestai un libro, “Da Freud a Dio”, alla fidanzata di mio fratello, mia amica, confidente di dialoghi inerenti al senso dell’essere, della psicanalisi e talvolta della fede. 

Nel 1961, precisamente a luglio, Giovanni XXIII proibì ai religiosi e ai seminaristi di praticare la psicoanalisi. Qualche anno dopo, nel 1967, Paolo VI validava la possibilità di ricorrere ad uno psicologo competente in caso di bisogno (Enciclica «Sacerdotalis coelibatis») per finire come un’esemplare scena da “Habemus Papam” in cui si evidenzia, in modo maestosamente morettiano, il ricorso del Papa alla psicoanalisi quando eletto Pontefice: “Lei ragiona come un uomo sazio. Lei è sazio, perciò, è indifferente alla vita”.

Il trauma

Intorno al 25 Aprile 2021 è apparsa come notizia, e questo di per sé è notizia, che Papa Bergoglio abbia fatto ricorso alla psicoanalisi come strada per affrontare il grande trauma che la dittatura e i suoi desaparecidos hanno lasciato, le ferite che si porta dietro da quell’Argentina tanto amata, tanto dolorosa: un trauma individuale e collettivo, di massa ma profondamente intimo che ha fatto sorgere un lui un desiderio di conoscenza, un luogo di accoglienza, una persona in una posizione di aiuto. Sì, anche il Papa chiede aiuto e che questo faccia scalpore designa l’accoglienza in tema di salute mentale del nostro paese. 

La Francia ha dichiarato che il sistema sanitario nazionale darà l’accesso gratuito per un certo ammontare di ore alla fascia di popolazione che va dai 3 ai 17 anni; da noi, nello stesso spazio-tempo, si affastellano decine di migliaia di psicologi e psichiatri per far ascoltare la voce che grida di chi non ce la fa e non ha un ‘posto’ e una ‘persona’. 

 

Come può il mondo contemporaneo rifiutare il trauma, così evidente, che fa da protagonista in questa era contemporanea? 

Come si può assistere alla crisi globale che stiamo affrontando dovendo ipotizzare dei detriti, delle scorie e dei residui di natura psicologica dopo una pandemia mondiale?

Eppure, bisogna farsi sentire: come se il dolore delle persone, la loro disperazione che diventa azione non fosse così chiara, come se non fosse così già evidente che quando il dolore si fa azione va immessa la parola. 

Come pensare all’elaborazione del trauma in un’epoca in cui il lutto non ha i cardini del rito, in cui le cerimonie di separazione del corpo materiale sono limitate, in cui il segno della pace passa attraverso gli occhi, occhi pieni di dolore e paura. Il trauma ha bisogno di un luogo, quel luogo della parola, quella scadenza dell’incontro con sé stessi che la psicoanalisi incarna; quel senso del fuori tempo che consente di abbracciare tutta la propria vita nel lì ed allora oltre al consumismo moderno dell’esperienza immediata nel proprio avvenire. 

Se avviene una catastrofe naturale, l’uomo tenta di simbolizzare ricostruendo, la psicoanalisi narrando, la psicoterapia integrando. Dopo la pandemia che ci sta tutt’ora colpendo, non si ricostruisce, non si può aprire la porta del fare, si può sentire e dire, si può mettere parola dove il dolore strappa, parola in tutti quei non saluti e in quelle elaborazioni di lutti arrestate. 

Allora il ricorso del Papa alla psicoanalisi rappresenta di per sé un fatto simbolico, ateoretico, privo di etichette e dettami sociali. Può forse rappresentare l’uno-e la psicoanalisi come spazio in cui il trauma, la ferita e il dolore prende la forma della propria storia, del proprio marchio e del proprio desiderio. 

«Mi sento libero. Certo, sono in una gabbia qui al Vaticano, ma non spiritualmente. Non mi fa paura niente»