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TikTok: il braccio di ferro con gli Stati Uniti

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Verso la fine del 2019 il popolare social media TikTok si è ritrovato a dover fronteggiare non solo i propri competitor, ma anche il governo statunitense.
Tik Tok: il braccio di ferro con gli Stati Uniti

Verso la fine del 2019 il popolare social media TikTok si è ritrovato a dover fronteggiare non solo i propri competitor, ma anche il governo statunitense.

Alla vigilia dell’anno delle elezioni presidenziali, i dirigenti di TikTok non potevano più evitare la spinosa questione dei contenuti politici. La loro intenzione era quella di evitarli del tutto.

La loro presenza, infatti, aveva trasformato le piattaforme di altri social media in luoghi di disinformazione. Inoltre, l’app avrebbe corso il rischio di diventare sede di discorsi politici liberali che avrebbero potuto far arrabbiare i repubblicani al governo, alcuni dei quali avevano già espresso preoccupazioni nei confronti del social.

In questo periodo, TikTok aveva iniziato a lavorare per creare un Content Advisory Council, un gruppo di esperti esterni che potessero consigliare l’azienda su questioni delicate come questa. Arrivati a metà del 2020, però, la conversazione politica su TikTok era fiorente e i video etichettati con gli hashtag #elephant2020 e #2020election erano già riusciti ad accumulare ben 3,4 miliardi di visualizzazioni.

Il punto di non ritorno, però, arrivò a giugno 2020, in occasione di un rally organizzato dalla campagna elettorale di Trump a Tulsa, in Oklahoma.

Una disfatta inattesa

Cinque giorni prima del raduno del 20 giugno, Brad Parscale, al tempo direttore della campagna elettorale di Trump, si era vantato di aver ricevuto oltre un milione di richieste di biglietti gratuiti effettuate tramite un modulo online.

Arrivato il giorno del rally, l’amara sorpresa: la partecipazione era visibilmente scarsa. Quale fu la ragione di questo imbarazzante flop?

Centinaia di adolescenti e fan di k-pop nei giorni precedenti avevano lanciato su TikTok una campagna con l’obiettivo di boicottare l’evento, acquistando i biglietti senza alcuna intenzione di partecipare al rally, dando così al presidente la falsa aspettativa di trovare al suo arrivo una folla che però non si presentò mai.

Verso la fine del 2019 il popolare social media TikTok si è ritrovato a dover fronteggiare non solo i propri competitor, ma anche il governo statunitense.
Foto del rally del 20 giugno.

Poco più di due settimane dopo, il segretario di Stato Mike Pompeo, parlando a Fox News, annunciò che il governo stava valutando la possibilità di vietare le app dei social media cinesi, incluso TikTok, per timori sulla sicurezza nazionale.

Il segretario di Stato e il consigliere commerciale della Casa Bianca Peter Navarro desideravano da tempo aumentare la tensione con la Cina. Dopo gli avvenimenti di Tulsa, avevano un’opportunità irripetibile per convincere il presidente a muoversi sulla questione.

  Verso la fine del 2019 il popolare social media TikTok si è ritrovato a dover fronteggiare non solo i propri competitor, ma anche il governo statunitense.
Mike Pompeo a Fox News

La risposta di Trump

Venerdì 31 luglio, Trump disse ai giornalisti che intendeva vietare TikTok il giorno successivo. Questo non avvenne ma, quella stessa domenica, al termine di una partita di golf, il presidente, durante una telefonata con il CEO di Microsoft Satya Nadella, diede il via libera alla ricerca di un accordo con TikTok.

A Microsoft fu data una scadenza di 45 giorni per completare la transazione: il gigante del software di Redmond avrebbe acquistato le operazioni di TikTok negli Stati Uniti, in Canada, Australia e Nuova Zelanda e avrebbe assicurato che l’app memorizzasse i dati degli utenti americani negli USA.

Per spingere TikTok a una vendita rapida, Trump emise due ordini esecutivi. Il primo avrebbe impedito nuovi download di TikTok, qualora la società non fosse stata venduta entro metà settembre. Il secondo avrebbe definitivamente vietato l’app, se la vendita non fosse stata completata in autunno. Entrambi furono impugnati in un tribunale federale.

Secondo le stime che lo stesso TikTok rese pubbliche in un deposito del tribunale, un divieto della durata di due mesi avrebbe ridotto il pubblico americano dell’app di più del 40%. Un divieto di sei mesi le sarebbe stato fatale, portando ad una caduta dall’80% al 90% nel suo pubblico statunitense, il mercato più importante della piattaforma.

A metà settembre, TikTok aveva scelto con chi fare un accordo: Oracle e Walmart, con Oracle che si aspettava una partecipazione del 12,5% in TikTok.

La vittoria di TikTok

Più o meno nello stesso periodo, l’azienda riuscì a vincere la causa contro il primo ordine esecutivo di Trump, ricevendo un’ingiunzione che fermò il divieto di download. In ottobre seguì una seconda vittoria, con cui fu bloccato anche il secondo ordine esecutivo.

Con l’elezione di Joe Biden a novembre, le prospettive di Tik Tok cambiarono radicalmente.

Verso la fine del 2019 il popolare social media TikTok si è ritrovato a dover fronteggiare non solo i propri competitor, ma anche il governo statunitense
L’inaugurazione di Joe Biden

A febbraio, la stessa amministrazione Biden aveva chiesto ad un tribunale più tempo per lavorare su un caso relativo al divieto dell’applicazione, dando la sensazione che per la nuova Casa Bianca portare avanti una battaglia contro un’app popolare tra i giovani del proprio blocco elettorale non fosse una priorità.

L’accordo Oracle-Walmart rimane nel limbo. Non è chiaro se sarà mai terminato, soprattutto perché per essere concluso potrebbe essere necessaria l’approvazione delle autorità cinesi.

Solo pochi giorni fa, il 30 aprile, ByteDance ha inviato un forte segnale nominando Shou Zi Chew, il CFO della casa madre, come nuovo CEO di TikTok. 

Una mossa, quella di scegliere un dirigente non americano, che sarebbe stata difficile da immaginare in presenza di un’amministrazione ostile come quella di Trump, ma che non sembra aver creato particolare agitazione negli Stati Uniti di Biden.