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Trilogia del virus

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Il tempo che stiamo attraversando sembra avere a che fare con il tutto anche se in modo diverso per ognuno, attraversa tutto e tutti.
Virus III°

Pan-demos” ovvero tutta la popolazione, il tempo che stiamo attraversando sembra avere a che fare con il tutto anche se in modo diverso per ognuno, attraversa tutto e tutti.

Si, la pandemia che caratterizza il nostro contemporaneo ha a che fare con essere attraversati in maniera incontraddistinta, sembra quindi permettere -caso raro ed eccezionale nella sua manifestazione drammatica- un essere tutti assoggettati all’impero del virus, azzerando la dimensione possibilista della ricchezza, stratificazione sociale, lingua, città o religione. Il virus, silente nel mostrarsi come caratteristica peculiare vuole, permette il farsi largo senza differenza nell’impalcatura spesso culturale della società contemporanea. 

Se facessimo un salto indietro a non più di otto mesi fa potremmo rintracciare diverse fasi, tutte contraddistinte dalla tanto sotterrata, a causa della civiltà ipermoderna, angoscia. Questa, è divenuta il personaggio più importante indossando i panni dell’insonnia, dell’iperfagia (stare a casa a fare lievito, pizze, dolci perché fuori c’è il virus), o anche della bulimia di attività da condividere in un tutti-insieme invisibile al tempo d’oggi (vedi il canto sul terrazzo delle 18.00 o delle 20.00); ad oggi, tutti silenzio.

L’angoscia in un primo momento ha avuto i tratti del terrore del contagio, l’estraneo poteva essere untore, pericoloso, veicolo di immagini che quotidianamente abbiamo visto scorrere all’interno dei Tg o delle altre forme di informazione. L’angoscia, in prima istanza era relativa al contrarre, all’esser presi e tolti ai nostri cari, all’ammalarci soli e chissà forse non rivedere l’alba del giorno nuovo oppure agli effetti nefasti di malattia; quindi il primo DPCM ha concesso il trovare la prima cura al sintomo Angoscia indicandoci la casa, le sue mura e i suoi abitanti come luogo di protezione, divenuti improvvisamente idilliaci. 

La seconda fase dell’angoscia, venuta successivamente all’essere marchiati da un trauma collettivo che ha consentito un peculiare senso di solidarietà̀ e appartenenza ha reso coese e condivise le esistenze. Ma questa unione ha ben presto indossato la maschera del lutto che ha colpito tutti noi, a questo, non vi è stata possibilità di rimozione. Chi nega, ignora, cammina con la mascherina appesa a qualunque appiglio che l’abbigliamento consente; rendendola un orpello manifesta quel In-più che è il virus e che nessuno ha scelto. 

Ma siamo sicuri che in questa non scelta, la seconda non scelta quanto meno, non ci sia un briciolo di decisione soggettiva seppur inconscia di molti di noi esseri umani?

Baricco, in uno dei suoi 33 frammenti del “Libro privato” recita: 

“In moltissimi si è pensato: ma che follia di vita facevamo, prima?

[…] Essa dice che era una follia andare a quei ritmi, disperdere così tanta attenzione e sguardo, smarrire qualsiasi intimità con sé stessi, scambiarsi corpi nevroticamente senza fermarsi a contemplare il proprio, vedere molto fino a raggiungere una certa cecità, conoscere molto fino a non capire più nulla. 

[…]È indubbio che volevamo, e cercavamo, qualcosa di simile. Forse, tra le correnti di desiderio che hanno spinto quella figura mitica fino alla superficie…[…] il bisogno spasmodico di fermarsi.”

In fondo la seconda fase dell’angoscia è stata susseguita da un’importante agito, quello della violenza. 

Strade piene di persone in ribellione, fuochi, guerriglie, uno scenario pressoché bellico ha caratterizzato le vie e i comportamenti di abitanti appartenenti a specifiche regioni e province talvolta caratterizzate da una fama scarsamente aderente alle regole che li precede. 

Infondo assistiamo all’espressione del disagio contemporaneo che caratterizza due facce del malessere: il trasgredire le regole o il ritirarsi dal mondo. Abbiamo attraversato entrambe le modalità di reazione ad un trauma subito, difficilmente elaborabile come quello della pandemia che ci ha colpiti. 

Le vite precedentemente sigillate, hanno poi subito un rovescio, la pulsione ha avuto la meglio liberandosi in atti violenti e nella spinta a superare i limiti. Il limite a cui è difficile arrendersi è proprio quello della violazione della nostra libertà a cui il virus ci chiama a rispondere. 

L’angoscia e il suo portatore –l’essere umano– ha così preso la forma della ribellione nei confronti della deprivazione all’essere liberi, alla negazione dei rapporti sociali, dei contatti amorosi e della movida i quali da sempre offrono un luogo, una cornice alla dimensione pulsionale dell’uomo. 

La famiglia, la casa e la dimensione abitativa, hanno preso quindi un’altra faccia, quella della chiusura, della claustrofobia e della prigionia a cui il virus ci sottopone. Adolescenti sempre più sembianti della società ipertecnologica contemporanea, adulti smartphonizzati, anziani sempre più impauriti e legati all’imperante regno del tg, solitudini; alla stessa tavola, nelle stesse stanze, fra le stesse mura, mura ormai contenibili solo del virus ma non dell’altra sua faccia: quella dell’angoscia. 

Ci si può quindi avviare ad una teoria sociale della pandemia? È possibile pensarla in questi termini visto che gli operatori sanitari non cessano di lavorare e non ricordano i propri turni perché tutto è un turno e le regole sanitarie gli ricordano che qualunque cosa accada, è bene che tornino a lavoro; ma alla stessa alba e allo stesso tramonto c’è un ristoratore, un agente di viaggi o una fotografa che non sa più vedere il suo futuro e non può accedere al passato che sembra indelebilmente incrinato, e come tutti i traumi, segna un prima e un dopo che aimè non è soggetto a rimozione per dirla alla Baricco “Un’incrinatura nel senso delle cose – ineliminabile.”

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“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione”, presa dal “Je est un Autre”, divisa nella psicoanalisi e nelle neuroscienze, critica, intellettualmente dissidente, amante della lettura e scrittura. Sofia di nome e di fatto.