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Adolescenza e fallimento

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La nostra società si rivolge ai giovani veicolando la prestazione come modello da tener presente in variegate dimensioni individuali e di gruppo.
Adolescenza e fallimento

La nostra società non inneggia al fallimento, piuttosto si rivolge ai giovani adulti con l’intento di veicolare la prestazione come modello da tener presente in variegate dimensioni individuali e di gruppo.

La fedina dei voti

La nostra società fa della nostra prestazione un idolo da perseguire, classifiche, numeri, deficit e posizioni immettono il soggetto nell’annullamento della soggettività. Sembrerebbe un paradosso, eppure, la società moderna contempla l’uomo in una sorta di collettività che lo aliena e non separa. 

Come si può pensare che un giovane adolescente possa anteporre il desiderio per la materia quando il valore attribuitogli è in legame al voto numerico? Quando la rilettura inedita di una novella, di un teorema o di un’opera d’arte non può passare per la lettura singolare che ogni discente può farne? Infondo dalle scuole superiori si inizia ad inanellare quel processo della fedina dei voti che accompagnerà l’ingresso all’università, ad ipotetiche specializzazioni o facoltà d’eccellenza, la primina è ormai il tramonto di quel vecchio modello di genitori che avanzavano il figlio prima ch’esso potesse mostrare le sue attitudini. 

La bussola che orienta il futuro

Per la psicoanalisi il fallimento è tutt’altro: si configura come la sostanza del desiderio, potremmo dire che il desiderio in quanto tale si fonda sul fallimento. 

Il fallimento è la bussola che orienta il futuro, avviene spesso che questa condizione ne determini uno spostamento delle sensazioni negative, più difficili da digerire e da usare come motore di cambiamento in un’era di vita come l’adolescenza. Il fallimento va dunque reso proprio, diverrà forse il marchio del proprio desiderio sul quale si può costruire la propria stoffa avendo incontrato il fallimento prima e cioè la mancanza.

L’adolescenza

Si incontra la mancanza proprio tra i banchi di scuola, laddove il passaggio biologico si snoda con una serie di modificazioni che fanno da padrone: il soggetto incontra il perdere legato alla natura di infante per assumerne i tratti di adolescente e non come spesso si sente dire nel linguaggio contemporaneo, di giovane adulto. L’adolescenza non andrebbe schiacciate tra due fasi, ne ha il diritto come tutte le altre (fasi)  di esprimersi nelle proprie storture e difficoltà, infondo è la fase sociale, familiare e genitoriale più complessa poiché non ha un solo capro espiatorio ma ne implica vari e si sa, l’essere umano messo alle strette se può, sceglie sempre di dare all’Altro il proprio “pulpito

Il disagio

Spesso si parla del disagio giovanile, prendendo in prestito dalla lingua italiana la parola disagio possiamo rintracciare la seguente definizione: “Mancanza (di cosa necessaria od opportuna)” “natural burella Ch’avea mal suolo e di lume disagio (Inferno Inferno, Canto XXXIV Dante)” scriveva Dante introducendo la mancanza di luce nella discesa, infondo la mancanza dell’adolescente altro non è che la necessaria tappa alla ricerca del desiderio unico, proprio, riconosciuto e costruito. 

Fare quindi del fallimento la propria cifra, fare i conti con la mancanza consente di saperci fare con la propria storia e quindi con la propria particolarità.

Adolescenza è quindi l’età del disagio perché il S-oggetto è appunto assoggettato al discorso familiare dal quale indirettamente gli viene richiesto di prendere una posizione nell’Altro del discorso sociale fuori della famiglia.

In psicoanalisi il termine disagio trova le sue radici nel 1929 con “il disagio della civiltà” di Freud che pone in relazione il disagio individuale con quello della società, assumendo che la civiltà impone dei limiti alla pulsione individuale, è affinché vi sia un legame sociale è necessaria una rinuncia pulsionale; perdere quindi una parte di sé e delle proprie pulsioni per un’integrazione con l’altro nel mondo circostante.

La società del XXI secolo

Ma nel XXI secolo la civiltà ha subito dei cambiamenti, non vi è più quel ruolo che ricopriva ovvero esserne il freno per le pulsioni, all’opposto induce la spinta al godimento. La società odierna non limita il godimento della cosa, non offre al soggetto dei significanti che fungono da oggetto di identificazione bensì il tratto che le contraddistingue risulta la dispersiva variabilità, scarsa porosità e instabilità dei contenuti. 

La società odierna risponde al più di godimento, godimento del consumo dell’oggetto, frammentarietà dei significanti, scarsità di ideali e sfumato omo-centrismo. 

L’adolescente è quindi solo con l’altro sociale, istituzionale e familiare che gli offre un piglio identitario instabile, frammentato e costituito da rappresentazioni vuote da un sapere prêt-à-porter connesso al Googlare e non mediato dalla ricerca, dall’attesa e dall’incontro con l’altro. La pulsione dell’adolescente quindi, non si spinge fino all’altro, non si annoda con il discorso dell’altro ma ruota e gira su sé stessa divenendo godimento che gira a vuoto. In questo senso l’adolescente simboleggia un segno sociale di un contemporaneo in perdita di ideali. 

 

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“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione”, presa dal “Je est un Autre”, divisa nella psicoanalisi e nelle neuroscienze, critica, intellettualmente dissidente, amante della lettura e scrittura. Sofia di nome e di fatto.