Senza esagerazione possiamo dire che la battaglia sull’Italicum ha chiuso un capitolo della politica italiana aprendo la visione agli scenari più vasti. Il prezzo pagato è uno strappo vistoso che adesso deve essere rimarginato; “questo governo è nato per fare le riforme e su quelle non si discute, per tutto il resto se ne può parlare” – potrebbe tranquillamente essere il succo del discorso. Se la forma della legge ed il suo metodo d’applicazione hanno fatto discutere con passione tutte le forze politiche (del presunto fascismo abbiamo già parlato negli editoriali precedenti), le fasi che seguiranno sembrano ancora più interessanti: da una parte ci sarà il partito della nazione, col paracadute-ballottaggio e dall’altra parte il marasma delle opposizioni; sicuri? Non troppo. La questione è spinosa: questa legge elettorale, per come è costruita, garantisce di sapere chi ha vinto “la sera delle elezioni” ma presuppone un bipolarismo che garantisca l’alternanza ed eviti il monologo politico.
Nel frattempo, Renzi ha messo tanta carne al fuoco e deve stare attento a non farsi bruciare per arrivare al termine della legislatura: l’abilità politica non gli manca ed è in nome di questa che tornerà al dialogo sulla “buona scuola”, pur avendo a disposizione due maggioranze: quella “canonica” (che prevede un certo peso per l’NCD e la minoranza PD) e quella trasversale con i residui governativi di Forza Italia (Verdini & co.). In questo momento appare più probabile un’apertura a sinistra sui temi sociali con un occhio alle riforme costituzionali che al Senato si muovono con poco margine di manovra.
Ed eccoci al punto: con questa legge elettorale si può decidere di andare a votare anche domani – molto improbabile considerato che andare al voto non conviene a nessuno – oppure si può arrivare fino al 2018 usandola come arma politica – al contrario, tutti hanno il tempo di riorganizzarsi e giocarsela. Paradossalmente, la mancanza di una opposizione può addirittura logorare il renzismo (che si fonda sul superamento ‘di petto’ degli avversari poco corretti). Quali saranno dunque i movimenti politici, le strategie ed i temi delle campagne elettorali del domani? Ipotizziamo la presenza sulla scena di almeno un grande partito che punta sulla governabilità e sulla ripresa; accanto a questa presenza un’opposizione forte, agguerrita, decisa, che abbassa (con grande sollievo di tutti) il livello del confronto puntando alla pancia degli elettori e, determinante per gli equilibri, un secondo partito di governo che occupa lo spazio lasciato libero dal primo.
I temi da qui a tre anni, si sa, possono cambiare ed essere stravolti; azzardiamo qualche idea: mancanza di mobilità sociale e diseguaglianza di reddito, pressione fiscale, agroalimentare. Andiamo con ordine: 1) della diseguaglianza già si parla abbondantemente (prova ne è la marcia per il reddito di cittadinanza organizzata dal M5S), sulla scia della nuova economia smart (modera il dibattito T. Piketty), ma si parla poco della mobilità sociale (potrebbe diventare tema caldo e prolifero); 2) la pressione fiscale è una delle direttrici che chiede l’elettorato di piccole-medie imprese, ma anche dei liberi professionisti; 3) l’agroalimentare è il fiore all’occhiello italiano eppure è in calo, tra ulivi da estirpare e strategie di export che non decollano. Gli argomenti non mancheranno, ne siamo certi, ma saranno presi in considerazione? Sarà ancora una politica di programmi e di partiti? No, quasi sicuramente. Sarà sempre più una politica giocata sul filo teso della disintermediazione che già frequenta diversi porti della nuova società, spinta dal vento forte della rete. Che cosa si intende per disintermediazione? La risposta è semplice: la possibilità di scavalcare quei mezzi canonici che, fino ad oggi, facevano da intermediari tra cittadino e politici, tra utenza e servizio, tra dipendente e datore di lavoro. Esempi? In ordine: twitter che ha sostituito il giornalismo (quando non lo ha superato), uber che sfida i vecchi taxi, l’abolizione dell’articolo 18.
Così come sta cambiando la comunicazione, l’economia e l’educazione (è venuta a mancare perché il web ha disintegrato il gap generazionale su cui si fondava), cambierà la Democrazia: sempre più immediata, sempre più in prima persona, sempre più liquida. Non più temi, non più strategie, non più partiti ma un insieme eterogeneo di significati fluttuanti (riascoltiamo Lacan) dai quali pescare a seconda del vantaggio e del momento. Cambierà. In meglio o in peggio lo giudicheremo poi. Ci rimane però il terrore che questi cambiamenti non siano tanto la dimostrazione di una forza dell’umanità che li impone alla storia, quanto il sintomo della malattia esistenziale dei nostri tempi: il soggetto alla scoperta del vuoto.






