Il linguaggio della rivoluzione virtuale, quando negli anni ’90 una nuova generazione illuse prima se stessa e poi il mondo, era ancora un linguaggio matematico; le formule e gli algoritmi permettevano sempre di più ed il successo non ha tardato a sommergere i pionieri del “mondo nuovo”, da Page e Brin in poi. Lo slogan dei due fondatori di Google era (ed è tuttora) “don’t be evil”.
Inizialmente, l’idea di una nuova piattaforma su cui costruire la società del futuro ed i suoi nuovi canoni, conservò la sua verginità intellettuale, trovando proseliti che giornalmente si univano alla mensa della nuova religione da ogni parte del mondo. Tuttavia, solo vent’anni dopo l’invenzione del ‘World Wide Web’, la giornalista Aleks Krotoski ha svelato le conseguenze della rivoluzione virtuale, implacabilmente: “abbiamo visto come la dilagante pirateria di Napster, la libertà creativa offerta dal blogging e Youtube e la cultura dilettantesca di Wikipedia possono livellare il mondo, ma persino a questi spazi rivoluzionari è seguita inevitabilmente una rivoluzione: il web è stato colonizzato da nuovi guardiani e da nuove elites”.
È nell’insediamento di queste elites che prende forma la controrivoluzione: i tentacoli del consumismo non potevano permettersi di lasciare uno spazio “aperto”, una dimensione superficiale senza rapporti verticali che non siano i feedback (positivi o negativi – che distinguono due piani, ma non di più), senza gerarchie, all’interno di un sistema che si fonda sulla verticalità. Il linguaggio della controrivoluzione è estremamente semplice, mimetico, plasmato su tipi umani al di fuori del tempo, inevitabilmente giovanile (“una volta per tutte”); esso è immutabile.
Già negli editoriali precedenti questo discorso rimaneva sotteso come fantasma dell’uomo moderno e del giornalismo online. Sono stato mosso dal torpore, decidendo di affrontarlo compiutamente, dopo aver letto del ragazzo di 15 anni che, pochi giorni fa, da Perugia si è ritrovato in una Firenze qualsiasi, senza memoria. Fermato ed interrogato dalla polizia ferroviaria mentre saliva su un freccia rossa per Torino, è stato ricoverato e sottoposto ad accertamenti. La diagnosi è “dipendenza tecnologica da Internet favorita da tratti di ansia sociale e scarsa rete interpersonale”. Faccio fatica ad accettarlo. Quello che abbiamo sotto gli occhi, o meglio – dietro le nostre tastiere, è un genocidio.
Del web e di come in pochi anni si sia imposto come mezzo privilegiato di comunicazione (ma anche come proto-economia indipendente) si è scritto molto. Quasi tutto sui nuovi padroni del mondo è stato detto, quasi tutto sulle conseguenze, si è scritto fin troppo sul rapporto che ha con la socialità; ciò che è stato ampiamente sottovalutato – colpevolmente – è l’aspetto governativo delle nuove piattaforme virtuali. Mi stupisce come si parli spesso di Internet come strumento e non come potere – entità a sé stante (o quasi). Scriveva Pasolini sul Corriere della Sera: “una nuova forma di potere economico ha realizzato attraverso lo sviluppo una fittizia forma di progresso e tolleranza. I giovani che sono nati e si sono formati in questo periodo di falso progressismo e falsa tolleranza, stanno pagando questa falsità (il cinismo del nuovo potere che ha tutto distrutto) nel modo più atroce”.
Il periodo che Pasolini ha rappresentato maggiormente e con maggior nitidezza è quello della rivoluzione sessuale. Anche in quel caso si partiva da una promessa di libertà (quella sessuale) per arrivare a negarla (attraverso lo squallore della mercificazione dei corpi). Il linguaggio dei corpi era tuttavia qualcosa che ancora apparteneva (almeno fisicamente) a i suoi fruitori ed era l’ultima, disperata, resistenza al conformismo che tutto ha travolto. Il linguaggio virtuale di cui cerchiamo a fatica di condurre un’analisi, invece, non ha proprietari. Anche se questa sua “anarchia” potrebbe sembrare un traguardo per il popolo, essa si è rivelata come il suo aspetto peggiore: l’impossibilità di capire dove si dirige questa nuova entità, è la causa del nostro ritardo rispetto ad essa, delle nostre ansie nel non-capire, della nostra inadeguatezza.
È proprio in questa mancanza di proprietari che si è venuto ad insediare il consumismo; dall’incontro di una realtà linguistica indipendente e dell’economia senza padroni (incontrollata) è scaturita la controrivoluzione, mezzo silenziosamente repressivo delle nostre aspirazioni.
Inoltre, attraverso la pubblicità mirata sui nostri interessi, selezionata sui nostri gusti, viene alimentato il bisogno di definizione sempre all’interno di tipi particolari ma, appunto, uniti nel linguaggio e tutti in una posizione di subalternità rispetto a questo linguaggio sfuggevole, tutti costretti ad inseguire. È l’alba di un cameratismo sociale. Uscirne è quasi impossibile, come sarà impossibile spiegare a quel ragazzo che eravamo salpati per una terra promessa che si chiamasse “don’t be evil”. Abbiamo il dovere di ricordarcelo.






