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Il vuoto di Sanremo e le catene della maggioranza

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Conclusa la settimana di Sanremo e delle riforme costituzionali, dalla palude del grigiume, dalla bagarre comunicativa, escono fieri due vincitori, due personalità capaci di imporsi (perché, come diceva Flaiano, “Gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura” – signori lettori, raccogliete la metafora) sulle folle attonite che non capiscono l’assenza di confine tra genio e sregolatezza. Massimo e Matteo, Ferrero e Renzi. Gli unici che in queste ultime settimane superano Salvini in quanto a popolarità (mai in quanto ad apparizioni televisive – nemmeno una felpa con su scritto “SANREMO”).

I presidenti, rispettivamente, dell’u.c. Sampdoria e del Consiglio dei Ministri, rappresentano un passaggio importante, in modo diverso. Sono il riflesso di ciò che, come popolo, abbiamo scelto di vedere, da una parte di ciò che non siamo, contemporaneamente dall’altra di ciò che vorremo essere. Er viperetta (Massimo Ferrero ndr.) che travolge la fin troppo comprensiva platea dell’Ariston col suo delirio ed il royal baby (Matteo Renzi ndr.) che saluta dall’alto “#gufi e #sorci verdi”, sono due facce della stessa medaglia. Quello che i due incarnano fisicamente, al di là delle azioni, delle scelte e delle idee, è il trionfo antropologico e culturale del modello unico, della maggioranza totale, dell’impotenza delle opposizioni. Spazzando via le critiche, senza vergogna alcuna, senza ricerca ipocrita di compromessi, quasi al di là del ridicolo, evidenziano la pochezza, a volte la nullità, dei loro “avversari”.

Il nuovo che avanza in realtà non è altro che il vecchio che retrocede. Soprattutto il Ferrero-fenomeno testimonia l’implosione del modello mediatico: fino a sei mesi fa era un perfetto e rispettabile sconosciuto, sono bastate esagerazioni e platealità per arrivare ad essere annoverato al pari di Siani, di Luca e Paolo (cercando tra i comici) o di Antonio Conte (cercando tra gli ospiti). E poi “il flop della comicità”, “lo share al 51%” (la maggioranza), @antoclerici che chiarisce su twitter di essere “infastidita dai radicalchic”, a favore della “tv pop e generalista”. Una confessione vera e propria. Ma, soprattutto, la consapevolezza che in un modo o nell’altro se ne sarebbe parlato. Anche quel 49%, infatti, ha letto, condiviso, versato opinioni nella già diluita freddezza dei social. Il vuoto della televisione italiana è tutto qui: nella sua espressione più alta e tradizionale, quella che più che mai dovrebbe essere capace di unire gli italiani (come fece nell’immediato dopoguerra – prima di tutto linguisticamente) oggi li divide, fa parlare.

Niente di male. Non fosse altro che quel ruolo di fucina conformista non è scomparso, si è spostato. Oggi ad unire concretamente è la rete: non più le opinioni, che sono più di troppe, sinceramente, ma il piano linguistico. La logica illogica del pro/contro, la dialettica del bianco contro nero, costruita sul fraintendimento del Voltaire non condivido ciò che dici, ma morirei affinché tu possa dire la tua “stronzata”, ha innestato in noi il germe della necessità–necessità di essere fuori dal coro (ma comunque dentro un altro coro), di far sapere a tutti da che parte stiamo, definiti fino all’indefinito.

Il palco vuoto dell’Ariston (ed i suoi picari incapaci di riempirlo) è quel vuoto culturale. Il vuoto delle maggioranze pop e delle minoranze elitarie, incomprensibili, chiuse in sé stesse. Contemporaneamente, l’aula di Montecitorio (e la consapevolezza di Renzi di essere l’unico – magari non il migliore ma l’unico sì – troppo spesso scambiata per presunzione) è quel vuoto politico, controbilancia del vuoto culturale che c’era prima di lui e che adesso c’è ancora, ma forse è meno solo. Renzi è entrato in quel vuoto e l’ha riempito. Abbiamo poca fiducia (culturale) in Ferrero. Ci rimane la consapevolezza che, qualsiasi cosa succeda, “la maggioranza sta”.