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La Partita di pallone. Il Derby

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E finalmente arriva, il gran giorno, quello nel quale quasi un’intera città si ferma. Riflessioni sul derby a Roma.
La Partita di pallone. Il Derby

E finalmente arriva, il gran giorno, quello che il tifoso più accanito aspetta dal sorteggio del calendario in estate, quello nel quale quasi un’intera città si ferma, perché è inevitabile, anche chi vuole prenderne le distanze in un modo o nell’altro ne rimane coinvolto. 

È il giorno del derby, quello serio, dicono dalle nostre parti. Mica quello di Milano o di Torino che si consuma solo nell’arco dei 90 minuti.

A Roma il derby è la Partita delle partite, l’eterno scontro tra Orazi e Curiazi che continua a rinnovarsi. Non è un semplice incontro di calcio, è una partita a sé, la classifica assume un’importanza relativa. Ma è fondamentale vincerlo e solo allora se ne tiene conto, se poi serve ad allungare le distanze o addirittura a “sorpassare” allora la soddisfazione è decuplicata.

Nei giorni precedenti non si parla d’altro e piovono pronostici e scommesse tra “amici”, più o meno pesanti, da onorare senza indugi. E chi segue il calcio con assiduità prima o poi quel passaggio sotto le forche caudine l’ha vissuto, cercando di affrontare l’impervio percorso con fierezza e disinvoltura, tentando di dissimulare l’amarezza della sconfitta, ripetendo come un mantra che la prossima volta sarà il contrario. 

Immerso nello sventolio delle bandiere, l’inno della squadra cantato all’unisono a squarciagola, i cori ricavati da arie liriche e canzoni più popolari, il “tifoso praticante” non può fare a meno di vedere la partita dal vivo, se non altro per dare libero sfogo a tutto il suo fervore che altrimenti, in altri luoghi, dovrebbe limitare per quieto vivere.

A far da cornice le coreografie preparate con cura settimane prima dalle tifoserie organizzate. Ricche di citazioni, spesso storiche, e di riferimenti ad episodi calcistici più o meno recenti ma con un comune leit motiv: l’eterna diatriba su chi sia, delle due, la “squadra della Capitale” rivendicandone il diritto una perché porta il nome della città, l’altra perché formatasi prima, lupi e aquile che si contendono lo scettro. 

E finalmente arriva, il gran giorno, quello nel quale quasi un’intera città si ferma. Riflessioni sul derby a Roma.

IERI…

Sono lontani i tempi in cui la Partita era vissuta in modo completamente diverso. 

Tutte le partite si giocavano la domenica alle 14.30, alle 15 quando cominciava la bella stagione,  e non c’erano dirette tv e canali tematici ma, in alternativa allo stadio, solo la cronaca alla radio che consentiva la passeggiata pomeridiana festiva. E almeno un componente per famiglia camminava con l’orecchio attaccato alla radiolina portatile dispensando risultati e commenti, all’occorrenza, a chiunque non ne fosse munito.

I posti allo stadio non erano numerati e la capienza massima spesso era superata, ma ci si stringeva un po’ e ci si entrava. Tutti. I biglietti, infatti, se non erano esauriti prima, si potevano acquistare anche ai botteghini dello stadio il giorno stesso, fino all’ultimo, e se anche lì andavano esauriti c’era sempre la possibilità di poterli recuperare attraverso i “bagarini” che si avvicinavano furtivi, proponendoli a prezzi proibitivi, a quei ritardatari che ormai non avevano alternativa.

Da qui la necessità di doversi recare allo stadio con largo anticipo, addirittura fin dal mattino presto,  soprattutto per prendere il posto migliore. 

La Partita quindi diventava una sorta di gita, le borse si riempivano di panini farciti che un po’ per noia e un po’ per nervosismo venivano consumati ben presto. Le bevande, l’irrinunciabile caffè in confezione mignon e i “bruscolini” –  snack da stadio per eccellenza –  venivano invece acquistati dal “bibbitaro” che con la sua cassetta d’ordinanza cercava di farsi spazio tra gli spalti, spesso senza riuscirci tanto si stava accalcati. E allora l’ordinazione veniva fatta gesticolando o urlando e il pagamento e la merce passavano di mano in mano fino al rispettivo destinatario.

E finalmente arriva, il gran giorno, quello nel quale quasi un’intera città si ferma. Riflessioni sul derby a Roma.
La Partita di pallone. Il Derby- Stadio nuovo

…E OGGI

Oggi è tutto più semplificato ma non per questo meno affascinante.

Tutte le partite vengono trasmesse in diretta televisiva e in orari strategici per avere più audience. 

I biglietti si acquistano online, anche mesi prima, i bagarini non esistono più, allo stadio ci si va sì con anticipo ma più che altro per evitare le code dei controlli sempre più serrati e in ogni caso i posti sono numerati, la corsa “ai mejo posti” non è più necessaria. I “bibbitari”, quelli ancora ci sono, ma ci sono anche bar attrezzati presi d’assalto durante l’intervallo. 

Quello che è rimasto invariato è lo spirito, l’approccio alla Partita. Spesso seguendo un proprio rito scaramantico: chi percorre ogni volta lo stesso itinerario, chi indossa sempre lo stesso abbigliamento, chi…meglio non dire… 

Si esce di casa con la certezza e la convinzione che la propria squadra del cuore sarà la vincente e non ci si arrenderà fino al fischio finale.

Spesso va bene, alcune volte no.    

E allora via, vincitori e vinti, con il pensiero fisso alla prossima Partita, quella della rivincita. O della nuova vittoria.

Aspettando con impazienza, tra uno sfottò e l’altro, il prossimo gran giorno.

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Quota vintage – ma non troppo – del team. Travel expert e shopping addicted (in inglese non solo fa più “figo” ma rende di più), trasteverina (d’adozione), (ultras) romanista, a-social (media), testarda. Amante della musica (dal rock alla lirica), delle serie e dei documentari, mi piace “scoprire com’erano” i posti che conosco attraverso i vecchi film. Amo il mare, soprattutto nelle giornate nuvolose, camminare, leggere (e ora anche scrivere!), i mercatini, gli aperitivi, il colore giallo, la nutella, l’ironia (in primis quella di mia sorella), il sarcasmo. Non amo il suono della sveglia, ma per fortuna esiste, l’invadenza di certa gente, le formiche, l’aglio. Il dono della sintesi non mi appartiene…ma era già chiaro, no?!?