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Giuseppina Fattori: simbolo della ri-costruzione

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San Martino di Fiastra è il paese di origine di Giuseppa Fattori, che il 26 novembre l’avrebbe vista compiere 99 anni. Nonna Peppina veniva chiamata, e la sua figura rappresenta un importante simbolo di resistenza alla costruzione sulle macerie di qualcosa che non si arrende alla contingenza.
Giuseppina Fattori- simbolo della ri-costruzione

La donna Resistenza di un trauma 

San Martino di Fiastra è il paese di origine di Giuseppa Fattori, che il 26 novembre l’avrebbe vista compiere 99 anni. Nonna Peppina veniva chiamata, e la sua figura rappresenta un importante simbolo di resistenza alla costruzione sulle macerie di qualcosa che non si arrende alla contingenza.

Il terremoto del 2016 l’aveva obbligata a lasciare la sua casetta di legno definita pericolante, ma lei non si arrese e grazie all’aiuto delle figlie Agata e Gabriella si batté consentendo l’avvio alle lunghe procedure burocratiche che hanno visto nascere il “Decreto salva Peppina”. 

Nominata per questo Commendatore della Repubblica dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, aveva commentato: «Non so se me lo merito, ma sono contenta, la vita mi ha dato veramente tanto». 

A Fiastra si sono svolti i suoi funerali, precisamente al santuario Beato Ugolino di Fiegni. Il sindaco di Fiastra Sauro Scaficchia ha dichiarato: «Abbiamo perso una testimonianza, una donna tenace che ha lottato per rimanere nella nostra terra dopo il sisma, un simbolo per tutti i terremotati».

La terra trema 

Il terrae motus muove la terra e l’animo umano e confronta l’individualità di ognuno con la non permanenza delle cose e talvolta, purtroppo, delle persone. Le “c(o)ase” possono essere ricostruite, ma non tutto è soggetto a ricostruzione o meglio, ricostruire implica il fare i conti con ciò che si è perduto. 

La terra che trema porta la necessità di confrontare ciò che si aveva con ciò che non c’è più, e come ogni lutto se non elaborato consegue una serie di ritorni del rimosso molto dolorosi; ma la ricostruzione non è il primo passo che mobilita ogni soggetto coinvolto. Il soggettivo coinvolgimento dipende dalla posizione che la persona si trova ad occupare: le istituzioni si adoperano in tavoli tecnici per una ricostruzione architettonica “rapida”; gli abitanti delle case crollate mirano o cercano di farlo – le proprie case distrutte –  il più possibile, prima di essere messi al di là del nastro rosso e bianco, simbolo di pericolo che le forze armate immettono come a dividere il momento del dramma dal nuovo inizio che con forza deve nascere; gli operatori attuano un piano pratico di contenimento e mobilitazione di risorse dal cibo a coperte calde quando la terra decide di tremare in inverno che, come noto, nelle Marche non risparmia splendidi paesaggi che fanno battere i denti!

E poi c’è il trauma, la ferita, la terra spaccata, il prima e il dopo, la perdita, i lutti, l’identità che vacilla o che segna generazioni di persone nate e vissute in terreni tanto splendidi quanto continuamente testardi nel mostrare la loro natura. 

Gli effetti sociali della catastrofe 

Si instaura così il gioco di società che vede incarnarsi in programmi televisivi, chiacchiere da bar e commenti sui social network una ricerca spasmodica di colpevoli da condannare, responsabilità non assunte, costruzioni non adeguate, architetti progettisti e ingegneri accusati di colpe, colpe figlie della modalità poco adeguata di elaborare un trauma. Il soggetto del terremoto è la terra che trema, le case sono le sue pedine, che come quando i bambini si raccolgono intorno ad un gioco da talvolta e nelle risa muovono il tabellone cadono i personaggi e non si sa mai bene a che punto del gioco si era arrivati: lì inizia la lotta e il tentativo di prendere qualche punto in più, come se una volta che la pedina è caduta assumesse automaticamente il diritto di rivalsa, diritto di possesso e diritto di risarcimento della propria rovina. 

E allora c’è da chiedersi: esisterà un modo che renda possibile il fare i conti con l’improvvisa e incontrollabile manifestazione di una natura tanto maestosa quanto dolorosa per alcune popolazioni nate sotto il segno della terra sismica?

Per la psicoanalisi lacaniana questa manifestazione del Reale lampante: esiste il reale e la bellezza che mette un velo sull’orrore di queste rovine, l’uno dà il senso di esistere all’altra.