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L’eredità del figlio

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Erede significa orphanos: mancante. La stessa parola indica, osservata con una lente economica o psicoanalitica, due concezioni opposte.
L’eredità del figlio

Ogni figlio è erede

Erede significa orphanos: mancante. E con questo incipit, alla soglia della dichiarazione dei redditi, dopo l’F24, si è istituito in me il forte desiderio di elucubrare sulla differente concezione tra eredità ed eredità. La stessa parola indica, se osservata con una lente economica o psicoanalitica, due concezioni potremmo dire opposte, orbitali, paradigmatiche e in costante conflitto comunicativo per via del farne un senso diverso. Come appare convergente il significato di Erede e Orfano. 

L’economia vede sovrana l’eredità come “accumulo” in senso “paperoniano” di danaro, beni e frutti. Ecco, il verbo fruttare è esemplificativo del senso materiale del fare con poco o tanto del guadagno. L’assottigliarsi delle eredità nel contemporaneo, in senso di beni, è in gran parte dovuto a crisi politiche economiche e sociali che ci hanno preceduto e che vedono i nostri nonni/genitori come protagonisti di lotte ideali lontani da garanzie economiche future (di quella prosperità che sa di Età dell’Oro).

La psicoanalisi contempla l’eredità all’interno di coordinate simboliche, familiari e soggettive, intesa come l’eredità del segno che il Padre ci lascia. Un segno che nulla ha a che vedere con la firma della carta di credito e degli assegni, un segno che fa storia, che determina, che inscrive il desiderio.

Il rapporto tra generazioni è in costante cambiamento e garantisce all’essere umano di lamentarsi del suo presente in memoria di tempi passati e futuri nefasti: ma l’eredità materiale potrebbe andare in direzione contraria (in matematica direbbero inversamente proporzionale) all’eredità simbolica che, seppur vede l’evaporazione del padre, apre al dialogo e alla possibilità d’altro lontana dal solo compito di portare la pagnotta a casa, che un tempo caratterizzava l’assenza dei padri come testimone del sacrificio.

Quel che conta nell’eredità è la trasmissione del desiderio: così possiamo leggere l’attuale difficoltà che caratterizza il rapporto tra le generazioni nella degradazione dell’eredità materiale. Il declino dell’eredità si evidenzia nel non avere un bene da tramandare, o forse nel non avere un “garante” alle proprie spalle su cui contare. Ma è forse questa l’unica garanzia che rende un figlio portatore della capacità di “avere”? Forse no, o forse il tramonto dell’uomo con ideali si definisce in queste effimere convinzioni che il bene materiale possa avere un valore supremo: ecco a voi l’uomo del capitalismo che mette al posto del desiderio l’oggetto da possedere, acefalo, mortifero e talvolta indice di una pulsione che gira su sé stessa, a vuoto. 

Per evitare la deriva nichilistica e pessimistica che caratterizza la penna qui presente in qualità di psicoterapeuta nell’ambito della psicoanalisi, è forse utile dare spazio a ciò che quest’ultima vede come utile all’interno del concetto di eredità da ereditare. 

L’eredità valida in termini di evoluzione, sviluppo individuale e collettivo è di certo una eredità fatta di gesti, di parole, di segni, di memoria e rilettura di questa in senso soggettivo. Un figlio non eredita solo un patrimonio in termini monetari e immobiliari, eredita una storia, una firma, un tratto ed è, in una certa forma potremmo dire, sua responsabilità quella di farci qualcosa di tutto questo bene che solo passivamente ereditato non frutta, perché è di per sé frutto e per divenire ricchezza ha bisogno di un atto, quello soggettivo. 

La trasformazione del ricevuto in costruito è figlia di un processo di interiorizzazione, soggettivazione e modificazione che ognuno di noi può fare, condita con una grande manovra di valorizzazione della testimonianza di chi ci ha preceduto. 

L’ereditare non è un verbo fisso, passivo, stabile e indipendente dal soggetto, motivo per cui alla scomparsa di un caro siamo chiamati alla rinuncia o accettazione dell’eredità che, come molte cose appartenenti al mondo passa per la materialità, ma per fortuna l’oggetto è passibile di s-oggettivazione. 

Essere erede non è da intendere come movimento acquisitivo, ma comprende la forma con cui si dà senso all’esserci familiare che si ha/è vissuto. 

 “Ciò che hai ereditato dai padri riconquistalo se lo vuoi possedere” Freud con Goethe identifica chiaramente il processo di Conquista-re la propria storicizzazione essendone parte autentica e necessaria al fine di perseguire il desiderio che muove il soggetto. 

La lotta tra generazioni altro non è che l’espressione della tensione pulsionale e libidica del desiderio che mobilita e che rende fertile la vita e l’esistenza umana: è la testimonianza del segno lasciato, delle guerre e paci fatte, delle cose avvenute al fine di evolvere il senso più ampio dell’ex+sistentia (“stare fuori dalla specie”) e della trasmissione all’interno del grande complesso familiare che tanto caro è agli analisti. 

Non è forse un processo necessario quello di chiedersi da dove si viene per capire dove andare?