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Di madre in figlio

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Il noto psicoanalista infantile Massimo Ammaniti rilascia un'intervista per i suoi 80 anni, rivelando il rapporto con la madre.
Di Madre in Figlio

Gli ottant’anni di Massimo Ammaniti, psicoanalista infantile

Classe 1941, uno dei più noti psicoanalisti dell’infanzia italiani. Dopo la carriera universitaria alla Sapienza di Roma che attualmente lo vede docente per la cattedra di psicopatologia generale e psicopatologia dell’età evolutiva, pubblica ricerche scientifiche e scrive libri tradotti in Francia e negli USA. Noto per la sua attività di ricerca circa il rapporto tra genitori e figli così come nella fase di età dell’adolescenza, fa parte dell’International Psychoanalytical Association ed è nel Board of Directors della World Associazion of Infant Mental Health. 

Quest’anno, al compimento dei suoi ottant’anni, rilascia un’intervista* che apre la porta del rapporto di uno psicoanalista con i propri genitori, nello specifico quello con la madre. 

L’incontro si apre con una dichiarazione dirompente: «Mamma se ne andò da casa e da allora ho dedicato la mia vita ai bambini», così uno strappo ha determinato il suo interesse verso l’infanzia e la relazione madre-bambino.  È stato uno dei primi figli di separati, e di questa divisione ricorda le vacanze con il padre, o meglio con il padre che non aveva tempo per le ferie e lo portava a casa dei suoi amici con cui rimaneva, perché lì c’erano delle famiglie che potevano seguirlo. Ricorda dei pomeriggi d’estate e l’esser stato un bambino decenne che interagiva e comunicava con un mondo di quarantenni e questo ricordo viene condito da tristezza e forse, potremmo ipotizzare, solitudine e domande. 

Anche la figura paterna viene interrogata e setacciata rispetto alle sue scelte, il padre della psicoanalisi infantile italiana si chiede infatti se il suo esser comunista sia stata una manovra per sfuggire all’ombra del padre, pediatra bravo e rigoroso, o un forte tentativo di riconciliarsi con la madre; declinando così la sua spinta all’interno del parlamento studentesco di sinistra della facoltà di medicina a cui era iscritto. Delle sue scelte politiche, sostiene che il padre non ne abbia compreso il senso, ma non per questo non siano state rispettate.

La madre

Nell’intervista potremmo suddividere il tema materno in:

chi era sua madre?

chi era sua madre per lui?

La prima domanda cede alla falsa credenza del mondo oggettivo, la seconda, più psicoanalitica, richiede una posizione soggettiva che al compimento dei suoi ottanta anni di età Massimo Ammaniti decide di svelare. 

Si chiamava Filomena Giorgi e viene descritta come una donna molto curiosa e brillante intellettivamente, sottoposta al dettame sociale del matrimonio, a soli 18 anni a causa di scelte familiari imposte e non condivise. Fa così il suo ingresso in un contesto borghese tradizionalista, definito quasi fascista, che alla madre stava stretto, la cui ampie vedute venivano castrate e indottrinate. 

Segue una scelta altra, scelta di seguire una strada diversa da quella che un bambino immagina, una strada che vede la propria madre andarsene, allontanarsi e lasciare. Un lasciare che lascia spazio alla rabbia e agli interrogativi. Di lei si porta infatti un dissidio interiore, il rancore dell’abbandono e la passione. La dedizione iscritta nel segno della mancanza come vuoto in cui inscrivere il desiderio. 

Gli interrogativi di Ammaniti bambino si aggirano attorno agli interessi che trattenevano la madre in un altrove: ella costituì infatti un coltissimo salotto culturale che vedeva come ospiti amici Pertini o Terracini, incontri per lui racchiusi in un desiderio materno di trovare sé stessa grazie alla distanza da loro, da lui. 

Erano gli anni Cinquanta e lui era uno dei primi figli di separati, nella sua scuola era l’unico bambino figlio di separati: definisce infatti la sua infanzia come particolare perché nessuno a quell’epoca li lasciava il tetto coniugale men che meno una donna.  Eppure, lei andò via, e lo fece per trovare sé stessa lavorando assiduamente e facendo carriera; tratti che sembra aver assunto assieme alla morte prematura della sorella determinando decisivamente alcune scelte di vita e lavoro. 

Temi come l’abbandono, la carriera, il desiderio in un altrove, l’unico figlio di separati a scuola negli anni Cinquanta, sono forse i tagli e le ferite che un importante psicoanalista come lui si porta dietro e con cui ha dovuto fare i conti per accomodarsi nella sua storia di vita?

Storia di una psicoanalisi infantile 

La tesi di laurea sugli effetti dell’elettroshock prima degli albori della sua professione installati in una cornice storico-politica complessa, siamo negli anni pre-Basagliani, e quello a cui dovette assistere rimase fortemente impresso nella sua anima tanto da essere inaccettabile e volerlo a cambiare. 

«Bambini nudi, legati al letto, con le spugne in bocca per non farli gridare, infermiere abbrutite, desolazione. Mi dimisi il giorno dopo». Continua, «Ero un folle. Aprii i cancelli, slegai i bambini, fondai una scuola all’interno e un centro diurno. Cercavo per loro una parvenza di normalità. Un giorno li portai tutti al mare. Quei bambini non avevano mai visto il mare, non dimenticherò mai il loro sguardo. Un’estate li portai con me ad Amatrice, in una specie di campo estivo. Il presidente della provincia cominciò a preoccuparsi. Anche in altri reparti si aprivano i cancelli, c’era aria di nuovo. Così venni allontanato».

Di quegli anni si porta dietro il dolore di aver visto e udito un trattamento molto lontano dalle buone prassi e dalla recente ricerca psicoanalitica infantile.

«Fu una presa di coscienza molto forte. Capii come venivano trattati i disturbi mentali e decisi che avrei combattuto quei metodi. Scelsi neuropsichiatria con il preciso intento di curare i bambini».

La sinistra e Basaglia

Intanto il Sessantotto si faceva sentire e la sinistra assunse politiche dure: «Incombeva il Sessantotto. La sinistra sferrò un durissimo attacco contro la neuropsichiatria infantile tradizionale, che metteva i bambini affetti da handicap in scuole speciali, coltivando l’emarginazione. Io aderii a quella corrente, che cosa potevo fare? Così dissi addio anche a questo secondo padre, anzi fu Bollea stesso che mi invitò ad andare via».

Fu così che a Trastevere fondò insieme ad Alessandra Ginzburg la scuola integrata con bambini disabili, ma fu dura perché «Quelli erano tempi in cui i malati mentali venivano rinchiusi e punto». Quando disse che voleva fare le scuole miste, uno dei responsabili allargò le braccia esclamando: «E vabbè, pure quei bambini so’ figli de Dio».

Franco Basaglia fu un incontro molto importante per alcune scelte lavorative, sociali e politiche di messa in atto della gestione della malattia mentale in quegli anni. Erano amici e di lui amava l’impegno, gli affidò così l’area della psichiatria di bambini e adolescenti della provincia di Trieste.

Si accorse però che vi era una differenza di intento tra loro, o meglio di pulsione, di spinta di chiamata. Lui, Basaglia era occupato nella messa in atto sociale del cambiamento, nell’evoluzione della psichiatria in termini di attivismo. Per Ammaniti, in questa concezione non c’era spazio per la cura, la ricerca, la presa in carico. C’era quindi per entrambi la necessità di “slegarli” ma dando due diversi binari come seguito: non farli più legare, curarli. 

Per fare tutto questo si spostò in America, affinando lo studio della psicoanalisi che in Italia, per dirla alla Berlinguer: «Per carità, non scoperchiamo i lupanari» descrivendo così la tendenza della sinistra ad occuparsi del collettivo, del sociale a scapito della dimensione inconscia individuale. 

Figlio-padre-madre/ Padre, figlio, la moglie

Per suo padre fu un duro colpo la morte della sorella, la pediatria aveva compiuto il possibile, ma quel possibile ancora una volta non era stato sufficiente. Da quell’evento traumatico, ricorda « Mio padre ne restò segnato. Avvertì un senso di impotenza, come genitore e come pediatra, che lo spinse a dedicarsi ai bambini anima e corpo. Usciva di notte, lavorava molto e così, di fatto, non badava a me. Non è mai stato un “mammo”, insomma». 

Padre dello scrittore Niccolò Ammaniti, di lui dice «Niccolò? Non credo che conosca bene la mia vicenda». Dopo aver perdonato la madre avendola compresa, riprende due tratti salienti vestendoli sulla figura della moglie. E alla fatidica domanda circa la ripetizione delle proprie questioni familiari nell’attualità dei rapporti afferma di aver conosciuto la moglie sugli sci in Francia a 24 anni, dicendo di lei «È una napoletana intelligente, anticonformista ma anche tradizionalista. Un cardine per me».