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Mi piacciono gli anomali

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Pensatore, scrittore, musicista e compositore. Battiato lascia in un misto di tradizione e ricchezza culturale una terra che di lui porta suoni e tramonti.
Mi piacciono gli anomali

Gli anomali

Si incontrano in aereo e lui le chiede: “Dove vai?” lei risponde alzandosi la maglietta e mostrandogli le tette. Lo scambio tra la Bertè e Battiato mostra le personalità che non si conformano, che resistono alla suprema pressione della società, delle regole, della convenienza del buon gusto e della sottomissione ad uno status che imprigiona le menti libere.

Pensatore, scrittore, cantautore, musicista e compositore, pittore e intellettuale, lascia in un misto di tradizione e ricchezza culturale una terra che di lui porta i suoni e i tramonti. La Sicilia lo porta nella sua cultura e lui ha dato voce a quello che i tramonti dell’isola più a sud d’Italia ci regala. 

Tanta poesia prende forma e grandezza proprio nella sua capacità di sentire la leggerezza, tanto da rispondere alla Bertè: “Loredana ti dico la verità, sono bellissime”.

E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro all’imbrunire

Gli anomali per lui rivestono il volto del Papa e di Jannacci, maestri anche loro, la cui maestria si declina in opere diverse. Ma forse Battiato ha saputo cogliere il minimo comun denominatore di questi: gli anomali. 

Tutto l’universo obbedisce all’amore

“Una volta con una ragazza pensai anche: “Questa è quella giusta”.

E poi cosa accadde?

Uscii presto, comprai tre yogurt, li misi in cucina e poi andai a fare una doccia. Una volta lavato, gli yogurt non c’erano più.

Li aveva mangiati tutti lei?

Tutti e tre. Ora dico, se ne avesse lasciato almeno uno, avremmo parlato di altro. Ma li aveva fatti fuori tutti. Un saggio di egoismo, non solo simbolico. Tra noi la storia non poteva funzionare e infatti si arenò”.

La politica e le regole, Povera patria

“Mi sembrava di stare sulla luna, non capivo niente e andavo in giro con le maniche che arrivavano a metà della mano e un aspetto evidentemente troppo trasandato per i parametri militari. Oggi sarei meno impulsivo. All’epoca, per un alterco sui capelli lunghi, venni sbattuto anche in carcere militare. “Non puoi fumare”, dicevano, però io fumavo lo stesso. Tra congedi e sospensioni, la leva non è durata poi tantissimo, ma fare il militare è stato un incubo. La sola idea di sparare mi faceva sentir male”.

Chi porta il nome del maestro ricopre la posizione di chi lascia il segno: essere Maestro significa avere da dare, dare l’amore per il sapere e darlo senza riserve, pretese o sottomissioni gerarchiche. 

Essere maestro significa saper fare quest’opera: “Aprire vuoti nelle teste, aprire buchi nel discorso già costituito, fare-spazio, aprire le finestre, le porte, gli occhi, le orecchie, il corpo, aprire mondi, aprire aperture impensate prima”. Massimo Recalcati.