Home Attualità “Dovremmo avere più coraggio e senso di giustizia”. Intervista a Ultimo Teatro

“Dovremmo avere più coraggio e senso di giustizia”. Intervista a Ultimo Teatro

877
2
Foto di Ultimo Teatro. Un momento dello spettacolo "Restiamo Umani".

In vista della serata di domenica 21 dicembre al Teatro di Terra, in cui i ragazzi di “Ultimo Teatro” porteranno in scena il loro spettacolo Restiamo Umani, abbiamo intervistato Luca Privitera, uno degli ideatori di questo progetto e attore insieme ad Elena Ferretti. La compagnia si esibirà con lo spettacolo ispirato a Vittorio Arrigoni, attivista per i diritti umani, giornalista e scrittore, rapito ed ucciso nel 2011 nella Striscia di Gaza, e al grande poeta palestinese Mahmoud Darwish.

Come nasce il progetto “Ultimo Teatro” e come vi siete avvicinati alla causa palestinese e alle parole di due tra i più grandi combattenti per la libertà del popolo palestinese: Vittorio Arrigoni e Mahmoud Darwish?

Luca Privitera: Ultimo Teatro nasce nel ’99 con una formazione diversa rispetto a quella di oggi. Oggi siamo unicamente io (Luca) e Nina e probabilmente, un giorno, se vorranno, i nostri figli. Dopo un percorso di progetti fatti in strada, su varie tematiche ci siamo trasformati in Ultimo Teatro Produzioni Incivili, proprio perché parliamo quasi esclusivamente degli ultimi, proprio perché mettiamo in scena i risultati della nostra società.

Ci siamo avvicinati alla causa Palestinese, una decina di anni fa. Però dopo aver conosciuto il Comitato Pistoiese per la Palestina e nello specifico Raja Ibrahim e Mahamud Hamad, abbiamo deciso di collaborare con loro e con il resto del gruppo, prima per fare delle letture, poi per realizzare questo spettacolo. Da questo incontro è avvenuto il resto. Ci abbiamo messo la faccia, il cuore e la professione. Ed avvicinarsi a questi due grandi uomini è stato un tuffo nell’anima di uno dei popoli più distrutti e dimenticati delle nostre democrazie.

Restiamo Umani è uno spettacolo di denuncia, di impegno civile, una campagna di sensibilizzazione popolare che mette in primo piano il punto di vista delle vittime. Cosa vuole trasmettere Restiamo Umani attraverso le loro voci?

L.P.: Vuole trasmettere il dolore e le atrocità commesse, ma vuole, anche, trasformare questa aberrazione in un messaggio di speranza, in un messaggio capace di donare vita e bellezza.

Con Restiamo Umani vi allontanate da quel politically correct che rende complice di un genocidio chi vi si nasconde dietro. Denunciate le azioni di Israele come crimini contro l’umanità, una denuncia che in pochi hanno oggi il coraggio di fare. Quali sono state le reazioni a questa vostra presa di posizione? 

L.P.: Si, hanno detto che non siamo corretti, ma questo non è quello che noi pensiamo. Raccontiamo i fatti, i complici, i carnefici e le vittime. Lo raccontiamo sia a livello emozionale, ma lo raccontiamo attenendoci ai fatti. Naturalmente in un’ora e venti minuti, non si può fare più di quello che facciamo. Parliamo, però, anche degli ebrei contro il sionismo come Primo Levi, o Ilan Pappe, o Miryam Marino, o Moni Ovadia, o Gideon Levy (e di molti altri ancora), parliamo della nonna di Nina scampata alla Shoah. Parliamo di tutto quello ci sembri necessario a chiarire. Parliamo dei politici, delle multinazionali, del mercato, della moda, degli intellettuali, della gente comune. Parliamo di donne, di bambini, di anziani e ne ricordiamo i nomi, le azioni, le vite. Parliamo di persone e di umanità e lo facciamo attraverso le bocche di coloro che hanno avuto il coraggio di viverla questa umanità e non di seppellirla e di fuggirne definitivamente. Non so se c’è una forma corretta per descrivere una Pulizia Etnica, così tante volte menzionata da Ben Gurion, uno dei leader simbolo di Israele. Questo è il nostro modo e per non farlo cadere nell’invenzione drammaturgica, abbiamo aggiunto i video alle nostre spalle che descrivono attraverso le immagini quello che noi raccontiamo attraverso le parole. E poi, non siamo mai stati “politically correct”, in nessuno dei nostri spettacoli, questa definizione oltre ad essere una menzogna e una definizione che viene richiesta da coloro che si esulano o vogliono esulare qualcuno, da qualsiasi responsabilità.

Abbiamo perso l’abitudine al racconto e alla “verità”, come vuoi che siano le reazioni? Nel bene e nel male, le persone non si aspettano questo essere diretti, schietti, sinceri. Ma è più forte di noi. Ammorbidendo troppo le cose, ci avrebbe lasciati orfani di qualcosa.

Quanto c’è di politico nella vostra denuncia? Credete che arte e politica siano separabili quando si parla della questione palestinese?

L.P.: L’arte è politica, anche quella che non vuole esserla. Il teatro è politico, anche quello che non vuole esserlo. Noi ci siamo semplicemente schierati. Anzi, abbiamo preso una posizione, chiara e ferma. Ed è questo che denunciamo, una mancanza (quasi totale) da parte delle Nazioni di una presa di posizione ferma e chiara. Ogni democrazia e ogni cittadino, per evolversi, dovrebbe riconoscere i propri errori e modificarsi nella crescita e non nell’oppressione e nella censura.

Con il vostro spettacolo volete promuovere e diffondere la conoscenza con la speranza che questo possa aiutare a mettere fine al conflitto. Cosa può fare a vostro avviso la società civile, anche attraverso l’arte, per mantenere vivo lo spirito di quell’umanità che si sta perdendo? Cosa si può fare per Restare Umani?

L.P.: Non so se l’arte in sé possa fare qualcosa. Il cambiamento ha bisogno anche di altro. Se, durante le nostre repliche, non avessimo incontrato migliaia di persone che senso avrebbe avuto quello che facciamo? Quindi l’arte ha bisogno anche di incontro e di dialogo. Infatti, pensiamo che le persone debbano prima di tutto conoscere i fatti, poi parlarne e soprattutto muoversi concretamente. Noi tutti possiamo fare qualcosa, nel proprio piccolo e con le proprie capacità. Si dovrebbe boicottare i prodotti delle aziende che fanno affari con Israele (ed in Italia sono molte), bisognerebbe chiedere ai propri Governi di non astenersi dai giudizi e dalle decisioni, anche se in questo caso si parla dello Stato che dice di rappresentare il popolo che ha vissuto l’eterna diaspora, i pogrom zarista ed i campi di sterminio nazisti. Dovremmo avere più coraggio e senso di giustizia. Dovremmo smettere di abbrutirci e farci la guerra tra poveri. Dovremmo dissociarci e denunciare tutti coloro che cercano, con qualsiasi mezzo, di far passare come atto di pace i bombardamenti, l’uso delle armi, lo sterminio. Dovremmo smettere di accusare i Palestinesi di terrorismo, perché equivale ad accusare tutti coloro che hanno lottato per liberarci dalla dittatura fascista. Dire e fare qualcosa in favore dei Palestinesi è come commemorare i milioni di morti sparsi in tutto il mondo e questo, a causa dei soliti noti e dei soliti motivi. Potere, denaro, controllo. Come possiamo crescere i nostri figli, quando la vita di tutti i giorni è insanguinata dalla vita dei figli altrui?

Alla domanda “Cosa si può fare per Restare Umani?”, nostra figlia di 10 anni ha risposto “Ma, noi… siamo umani”. Ecco, i bambini nella loro semplicità, sono sempre disarmanti. E forse è questo che dovremmo fare veramente – avere rispetto di loro.