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DAD-papà: che significativo omonimo!

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DAD-papà: che significativo omonimo!

Spaccato personale

“Zia, mi hanno fatto il tampone, la mia scuola è chiusa e io devo stare in quarantena”. 

“Ma quarantena poi è che non posso andare a scuola? Quarantena è che non posso andare a pattinaggio con le mie amiche? (momento di esitazione) quarantena è che ri-facciamo le lezioni dal computer zia?”

Emma, sette anni, sottopone me e la nostra conversazione ad un interrogativo che va molto oltre la comprensione della parola quarantena.  Sostanzialmente interroga sé stessa, e io non mi sottraggo dal sottopormi con lei alla stessa riflessione su cosa comporti stare davanti ad un computer senza colorarsi le mani con i compagni di scuola, senza decidere se mettersi al banco con Margherita o Denise, senza potersi chiedere se oggi Leonardo sarà fidanzato con lei e se potranno fare i compiti insieme dopo le ore di lezione.

A questa domanda non ho risposto con una chiusura, ma come ogni domanda l’ho lasciata lavorare per farne aprire delle altre. 

Emma ha sentito il reale della vita presentarsi, lo sbarramento oltre il quale non si può andare e allora ho pensato che, senza tante retoriche, si potesse scrivere qualcosa su quel fenomeno tanto parlato della didattica a distanza. 

Panoramica-nonpanoramica della lingua

In termini scolastici la DAD offre “un omonimo” inglese-italiano non indifferente: la didattica a distanza e il padre. Partendo dal concetto più antico, quello del padre, ovvero colui che dà la legge, che regola e scandisce, quella funzione che sbarra e separa; ma al contempo il più attuale nome del format scolastico che il Covid ha imposto. 

Didattica-A-Distanza: già l’acronimo ha acceso delle riflessioni, ma sciogliendo il nome completo subentra atteggiamento di diffida in relazione al significato didattica.

“In generale, quella parte dell’attività e della teoria educativa che concerne i metodi di insegnamento. Si distingue una d. generale, riferita ai criteri e alle condizioni generali della pratica educativa, dalle d. speciali relative alle singole discipline d’insegnamento o alle caratteristiche particolari (età, capacità, ambiente) dei soggetti dell’apprendimento. La d. sperimentale, avvalendosi di metodi e tecniche elaborati dalla psicologia e dalla statistica, mira a verificare e misurare l’efficacia di specifiche modalità dell’intervento educativo”(Treccani).

Citando l’insegnamento: “L’atto e il contenuto dell’insegnare. Letteralmente è l’impressione del segno nella mente del discente. Tuttavia, non si può trattare dell’i. da parte del docente senza, in pari tempo, considerare la partecipazione attiva del discente, tanto che propriamente si parla di processi di insegnamento-apprendimento” (Treccani). 

Bene, poste le basi della lingua a cui tanto tengo, comprenderete che risulta molto complesso accettare di fare l’esperienza dell’apprendimento con uno schermo posto tra le mani di un bambino e i colori del compagno di banco, il profumo della maestra e l’odore della mensa, l’attenzione che si attenua dopo pranzo quando si fanno i lavoretti, oppure le simpatiche merende biologiche su cui numerosi tavoli tecnici istituzionali disquisiscono per definire se sia più adeguato il kiwi o il pane sciapo per la ricreazione! Ah la ricreazione, quel momento fuori dall’apprendimento standard che insegna le più grandi regole dell’esistenza. Giusto… nella DAD la merenda la fai dove vivi, mangi, dormi, disegni, corri, colori e soprattutto ne fai tante di ricreazioni perché sono l’atto che scandisce la noia nella reclusione. 

Si può parlare di clinica della DAD?

La DAD nasce dall’emergenza pandemica COVID: questo strutturalmente comporta che la DAD sia seguita da una serie di effetti soggettivi-familiari-relazionali che i bambini manifestano. 

Ricevo pazienti, talvolta adolescenti, bambini: attualmente la domanda che mi arriva non è quasi mai una domanda di psicoterapia o un colloquio psicologico, somiglia più a un grido, un lamento, una foto senza luce. Allora tento di lavorare la domanda afferrando le cornici del periodo storico (visto che il sintomo è sempre all’interno della cornice storica di cui si fa parola) e provo a calarlo nella vita della persona che ho davanti. La clinica contemporanea dell’infanzia e adolescenza mostra lo strappo che la reclusione ha portato: ragazzi che non vogliono più uscire di casa, coprifuoco infranti, appuntamenti al supermercato con i genitori, fidanzamenti online, liti sui social. 

In fondo questo periodo ha infranto le regole del dentro-fuori casa: un paziente adolescente giunge dicendomi che le professoresse rintracciano nella sua telecamera spenta durante la DAD qualcosa che non va. Lui è felice che questa ritrosia sia stata notata, il suo modo di dissentire si è fatto immagine quella che lui stesso ha tolto, quella che mostra come la sua voglia di fare domande a lezione sia sfumata e come i suoi compagni, per quanto visibili in webcam, non siano i suoi amici della scuola perché non stanno seduti sul muretto prima di entrare, non mangiano insieme all’uscita e non si scrivono sui reciproci quaderni messaggi che potranno rileggere da adulti provando un misto di vergogna e libertà che quell’era dell’adolescenza fa provare. 

La scuola come l’ho vissuta io:

La passione delle insegnanti di italiano che ho avuto la fortuna di incontrare ha lasciato una traccia indelebile: quella della dedizione, della fatica mista al sacrificio, quella capacità di immaginare Leopardi affacciarsi dalla sua finestra e scrivere una poesia l’ho ritrovata visitando Recanati circa vent’anni dopo e in un attimo l’immagine davanti ai miei occhi era la stessa che mi ero costruita quando con mia nonna ripetevo le poesie che tutt’oggi mi sembrano attuali.

“Era il maggio odoroso: e tu solevi

Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri

Talor lasciando e le sudate carte,

Ove il tempo mio primo

E di me si spendea la miglior parte,

D’in su i veroni del paterno ostello

Porgea gli orecchi al suon della tua voce,

Ed alla man veloce

Che percorrea la faticosa tela.”

In fondo la scuola per me era la professoressa di Italiano delle medie che ci chiamava Ninni, nome con cui tutt’oggi ci chiamiamo con la mia compagna di scuola, solo dopo vent’anni.