Home News Il meme, re del linguaggio social: perché si chiama così?

Il meme, re del linguaggio social: perché si chiama così?

744
0
Sicuramente conosci i meme digitali, ma il termine viene da un ambito del tutto diverso: la biologia. Leggi l'articolo per saperne di più!
Il meme, re del linguaggio multimediale: ma perché si chiama così?

Siamo abituati ormai a vedere ovunque, soprattutto nei social e nelle chat, i meme (all’inglese “miim”), ma vi siete mai chiesti cosa significa questa parola? Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro e cercare la risposta nella biologia…sì, ho scritto proprio biologia.

Origine della parola

A coniare il termine meme è stato l’etologo e biologo dell’evoluzione Richard Dawkins nel 1976, il quale nel suo libro “Il gene egoista” cerca di spiegare scientificamente come le informazioni culturali si diffondano tra gli esseri umani. Lo studio si inserisce nel filone del chiamato neodarwinismo, ovvero una visione  più completa della teoria evoluzionistica di Darwin, poiché  integra a quest’ultima le più contemporanee scoperte in ambito genetico.

La teoria di Dawkins

Dawkins definisce il meme come un’unità base dell’evoluzione culturale umana analoga al gene, l’unità di base dell’evoluzione biologica, seguendo l’idea che il meccanismo di replica, mutazione e selezione si verifichi anche in ambito culturale. La stessa parola, infatti, è l’abbreviazione della parola greca “mímēma”, che significa proprio “imitare”, “imitazione”.

Poste queste basi, bisogna ricordare che lo studioso non ha fornito una spiegazione esaustiva del come la duplicazione di unità di informazione nel cervello controlli il comportamento umano e, in ultima analisi, la cultura. Per questo la teoria di Dawkins non è stata accettata all’unanimità dalle comunità scientifiche, soprattutto quelle che si occupano specificatamente della cultura, della sua trasmissione e della sua modificazione (le scienze socio-antropologiche). 

Il meme nel mondo social

Messa da parte la spiegazione e la validità prettamente scientifica del meme, questo è entrato nel nostro vocabolario quotidiano. Il termine infatti viene riconosciuto come neologismo della lingua italiana nel 2012. Il vocabolario Treccani riporta la definizione di meme come “singolo elemento di una cultura o di un sistema di comportamento, replicabile e trasmissibile per imitazione da un individuo a un altro o da uno strumento di comunicazione ed espressione a un altro (giornale, libro, pellicola cinematografica, sito internet, ecc.)”. Arriviamo così ai nostri amati meme digitali, il corrispettivo della parola “meme” più conosciuto e al quale tutti noi comuni mortali pensiamo quando ne sentiamo parlare.

Senza entrare troppo nel dettaglio essendo un elemento conosciuto ai più, i meme sono immagini, spesso foto di personaggi famosi o spezzoni di film/serie tv, che con l’aggiunta di un testo assumono una particolare valenza, sempre in chiave ironica. Le immagini sono facilmente replicabili, ma non tanto nel senso che si possa facilmente duplicare il jpeg ed inserire diversi testi a proprio piacimento, ma nel senso che nel momento della condivisione di un meme io sto trasmettendo la sensazione che a me questa immagine ha dato. L’illustrazione poi viene riproposta in rete talmente spesso da diventare “proverbiale”. Comincia ad essere più chiaro ora il collegamento con la teoria del meme come unità della trasmissione culturale? 

Inoltre l’ironia è una delle caratteristiche principali che portano alla diffusione massiccia (e di massa) di questi elementi. E dove, se non nell’ambito della condivisione per eccellenza, potevano trovare terreno fertile i nostri simpatici amici? Nei social network e in generale nel web, ovviamente. 

Insomma, ora quando condividerete l’ennesimo meme a tema Games Of Thrones o che ritrae il povero Bernie Sanders seduto con tanto di guantini e braccia incrociate, potrete rivendervi la storia di Dawkins e fare la parte degli intellettuali.