Lunedì 19 ottobre, in una Sala Tersicore incuriosita e affollata, Velletri ha ripercorso i terribili momenti della vicenda legata al rapimento e al successivo omicidio dell’onorevole Aldo Moro, avvenuto a Roma il 9 maggio 1978. La notte buia dello Stato italiano come l’hanno definita i Modena City Ramblers, quando oltre al presidente della Democrazia cristiana fu ucciso anche Peppino Impastato, allora giovane militante comunista che a Cinisi spese la sua vita a combattere la mafia.
“Chi e perché ha ucciso Aldo Moro”: un racconto a tappe, appassionato, meticoloso e a tratti inverosimile quello dell’onorevole Gero Grassi, vicepresidente dei deputati Pd, accorso a Velletri per l’occasione, in quello che è stato il 206esimo appuntamento con “la storia del nostro Paese”. 206 incontri in giro per l’Italia, da nord a sud, a raccontare i fatti che 37 anni fa, per 55 interminabili giorni, tennero col fiato sospeso gli italiani onesti, quelli che al di là delle convinzioni politiche, vedevano in Moro prima di tutto un uomo, un assiduo servitore dello Stato, quello stesso Stato che però decise di voltargli le spalle. Non a caso nel 1978 quello Moro fu definito da Carlo Bo, senatore e rettore dell’Università di Siena, “delitto di abbandono”.
“Quello che sentirete non è il mio pensiero, io non dico nulla di mio. Le parole che sentirete stasera sono quelle testuali della magistratura e delle Commissioni d’inchiesta che hanno gli stessi poteri della magistratura. Non attribuitemi quello che vi dico, perché quello che vi dico è quello che è successo.” Questo il preambolo dell’onorevole Grassi, pronunciato prima di addentrarsi nel racconto di quanto contenuto in due milioni di pagine, derivanti non da giornali o libri, ma da otto processi, quattro Commissioni “terrorismo-stragi”, due Commissioni “Moro”, una Commissione “P2”. Due milioni di pagine che Grassi ha letto e sintetizzato al fine di ricostituire una commissione d’inchiesta sul caso Moro e che sono attualmente consultabili sul suo sito internet. “Perché la verità che ci hanno raccontato è la bugia e non la verità”.
Quasi due ore di intervento, nel silenzio assoluto di una sala intenta a ripercorrere la vita e le convinzioni politiche di uno statista illuminato, che pur di vederle realizzate entrò in rotta di collisione con tutto e tutti: politici, forze dell’ordine deviate, giornalisti, magistratura, servizi segreti italiani ed esteri, organizzazioni clandestine. «Ci faranno pagare caramente la nostra linea politica; la Dc perderà voti ma dobbiamo andare avanti, non nell’interesse della Dc, ma nell’interesse della democrazia italiana che non può più essere, dopo oltre 30 anni dalla fine della guerra, una democrazia bloccata». Questo è quello che Aldo Moro, nel novembre 1977, confidava al collega democristiano Vittorio Cervone.
È appurato che a “tradire” Moro fu la sua lungimiranza politica: quella che vedeva nel compromesso storico con i comunisti di Berlinguer l’unica via di salvezza per la democrazia italiana, ma che, allo stesso tempo, risultava incomprensibile ed inaccettabile all’epoca del muro di Berlino, tanto dall’Occidente quanto dall’Unione Sovietica. Così incomprensibile ed inaccettabile che pur di bloccarla in tanti, troppi, non si sono fatti scrupolo alcuno. Oggi, a 37 anni di distanza, l’onorevole Grassi ci ha dimostrato che la giustizia per Moro e la sua famiglia è ancora lontana, ma forse non così tanto. Non a caso, è lo stesso Gero Grassi, parafrasando una celebre frase di Pasolini, a chiudere l’iniziativa con una speranza che suona più come una promessa: “io so, ma non ho ancora tutte le prove”.






