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Quello che i Cinque Stelle dicono

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Che il Movimento 5 Stelle sia nato come movimento di rottura intorno alla figura di Beppe Grillo ormai è storia; ma dei buoni propositi iniziali resta poco e niente, ancora meno resta di politicamente rilevante ed incisivo. La metamorfosi, alla faccia dell’onestà e della trasparenza (cardini attorno a cui ruota l’idea di Italia futura a 5 stelle), non è sotto gli occhi di tutti, anzi: alle elezioni regionali i grillini hanno perso tra i 900.000 ed il milione di voti ma rivendicano il risultato come “impresa storica”, sostenendo come argomenti la ‘pulizia’ dei candidati contro le ammucchiate “come ha fatto De Luca”, l’assenza di fondi per le campagne elettorali e vantando l’entrata nei consigli regionali e comunali “per la prima volta” dei penta-stellati. In realtà quest’ultima osservazione risulta essere falsa, o perlomeno inesatta, poiché già dal 2008 il blog di Beppe Grillo era impegnato in campagne politiche “per un nuovo rinascimento” ed eleggeva un consigliere a Treviso (lista civica grillitreviso); comunque, non è questo il punto.

Al di là delle provocazioni e della dietrologia statistica sulle ultime elezioni (domina come previsto il calmiere dell’astensionismo), nella sostanza il M5S non ‘sfonda’. E, considerati l’entusiasmo iniziale ed il tempo trascorso dalla fondazione (dal 2009 ad oggi), non è certo un gran risultato per chi ha dichiarato più volte di giocare per vincere. Insomma, perché il movimento, che sembrava poter cambiare le sorti della politica italiana, non riscuote il successo sperato? Cosa è cambiato?

I punti a favore del movimento erano tre: la stanchezza dei votanti (unita alla curiosità intrinseca dell’italiano medio – si manifesta solo nella cabina elettorale, tranquilli), l’onestà dei cittadini candidati e candidabili (cioè la loro totale estraneità alla politica ed alle sue regole), la presenza della figura di Grillo come megafono, come catalizzatore, ma anche e soprattutto, come ‘garante’ del codice etico degli eletti. Questi tre aspetti del grillismo e le loro sfumature, possono essere riuniti sotto la voce idealismo: alla base dell’exploit c’era (e c’è) la convinzione di non piegarsi al realismo della politica, ai suoi compromessi (presunti), alle sue regole non scritte e pertanto abolibili.

Sulla fragilità dello stato sociale, ovvero sulla stanchezza e sulla rabbia dell’opinione pubblica, non c’è da dubitare, quello che il M5S ha lasciato per strada è invece la funzione della sua proposta: l’onestà non sembra vada di moda e gli scandali vengono scoperti e portati all’attenzione più dalla magistratura che dagli eletti a cinque stelle (come ovvio che sia), i quali non riuscendo a svolgere il compito che si erano auto-attribuiti (paladini della giustizia) hanno negato l’essenza della rottura politico-culturale che rappresentano (volenti o nolenti) e per la quale sono stati votati. Forse pochi ricorderanno il divieto assoluto di partecipare a trasmissioni televisive per i parlamentari (chiedere al Senatore Marino Mastrangeli) e l’idea di ruotare i capigruppo (un po’ come si fa nelle squadre giovanili virtuose con il capitano) oggi superate dal direttorio e dalla dismissione, di fatto, di vari punti del codice etico. A conti fatti, dell’idealismo rimangono solamente la volontà di non allearsi, lo scudo della democrazia online ed il giustizialismo, ma non sono che un pallido alibi per nascondere il cambio di pelle: da apriscatole a sardine.

Infine, ci viene in soccorso Benedetto Croce: se il Beppe nazionale può garantire sull’onestà dei ‘cittadini liberi’ che candida, certo non può scommettere sulla loro competenza, ma l’equivoco è presto svelato perché, come dice il filosofo, “il vero politico onesto è il politico capace”.