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Il cielo ed il cercatore: riflessioni berlinesi sull’arte e nuovi scenari politici

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Guardando il marasma culturale del ventesimo secolo, animato, per dirne qualcuno, da Joyce, Proust, Pound, Kandiskij, Picasso, non riusciremmo a dare una definizione chiara ed univoca della parola “Arte”; per Flaubert, ad esempio, è una “vanità”, per Beckett il riempimento degli spazi vuoti, per Flaiano non è altro che un investimento di capitali al fine di creare l’alibi della cultura.

Da queste considerazioni parte la nostra riflessione: il muro di Berlino è certamente il simbolo di un’epoca, ma schivando l’analisi storica, ai fini della nostra argomentazione ancora più interessante è lo stato in cui si trova oggi, ovvero la convivenza di un monumento e di un insieme di opere d’arte. Gran parte di quello che ne rimane in piedi è stato trasformato da artisti e passanti, da graffiti e da dediche; ma dove inizia il confine, ammesso che ci sia, tra Arte ed emulazione? Qualche anno fa i graffiti furono restaurati ed ora sono di nuovo coperti di scritte; come dobbiamo considerare queste nuove espressioni, dobbiamo incentivarle e sperare che i graffiti nuovi superino, per forma e contenuto, quelli vecchi o dobbiamo preservare quelli già esistenti, coltivando la paura che i messaggi che contengono ed a cui ci siamo abituati possano essere sostituiti da altri più terribili, più difficili da accettare? Per ora, il governo tedesco ha vietato qualsiasi altra aggiunta, ma il provvedimento non viene applicato dalle forze di polizia. Il contrasto tra i graffiti di venti anni fa ed i nuovi è evidente. Uno degli ultimi recita in spagnolo: la storia non insegna, non ci riempite di bugie.

L’opera nell’immagine è intitolata “Himmel und sucher”, che in tedesco più o meno suona come “Il cielo ed il cercatore”, di rimando all’espressione “Hammer und sichel”, ovvero “falce e martello”. Chiaramente l’autore intendeva celebrare la caduta del muro e del comunismo, vedendo nell’occidente il cielo della libertà ritrovata. Ma che senso ha il cercatore? Chi erano i cercatori degli anni novanta e cosa hanno trovato? E chi sono oggi? L’eredità politica e culturale che ci siamo, involontariamente, trovati sulle spalle è sconfinata; combattuti tra il mito della rivoluzione e l’indifferenza delle masse (quelle che servirebbero a farla la rivoluzione) gli intellettuali e gli artisti sembrano aver deposto l’ascia della ricerca, rinchiusi nella torre dorata del “non è colpa mia”.

Si è diffusa, col tempo e con la stanchezza, l’idea che l’intellettuale sia, quasi da statuto, di “sinistra” ed è da questa idea che il raggio d’azione ha iniziato a restringersi fino a diventare una prigione: non potendo sperare nel comunismo per l’onestà intellettuale che ha ammesso le barbarie (pensiamo ai desaparecidos argentini, ai milioni di morti dello stalinismo, a quelli del muro), gli intellettuali di “sinistra” hanno iniziato a vagare, confusi, senza punti fermi se non quello del non averli (paradossalmente). L’anarchia che promette Celine e che mai si scopre. Come trovare un argine alla frenesia capitalista senza cadere nel keynesianesimo? Come immaginare una politica che non sia guidata dalle idee?

Tornando nei nostri confini nazionali, ne abbiamo la dimostrazione: politicamente assistiamo ad uno spostamento degli assi ed al germoglio di nuove, improbabili, minoranze. La mancanza di una linea guida imprescindibile, di un vettore che faccia da motore è il grande tema dei nostri tempi. Non più soltanto politico ma anche artistico; in una parola che unisca entrambi gli ambiti: intellettuale. Ecco che cosa cerchiamo. Un numero primo, una singolarità, un quid che superi gli individualismi e che possa rendere la democrazia ed il confronto, fondamenti della nostra società, dei corpi vivi e non delle pallide maschere di cera. Insomma, senza temi non c’è confronto, senza confronto non c’è democrazia.

Senza vergogna abusiamo l’arma dell’astrazione: la pasqua degli ideali è lontana, la ricerca ancora lunga. Iniziamo scrollandoci di dosso il peso della storia e dei suoi fallimenti?