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Autobiografia di una conversazione egiziana

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Nonostante il frastuono dell’animazione che invade le teste, l’anima ha scomodato la sua migliore ancella – la curiosità – per chiedere indietro la sua parte, già al terzo giorno di una settimana di vacanza.
Isacco è uno dei pochi negozianti di uno dei tanti villaggi di Marsa Alam, Egitto. Secondo di sette fratelli, ha iniziato questo lavoro 8 anni fa imparando – fortuna ha voluto – l’italiano, filtro linguistico indispensabile di una trasmissione di idee che non hanno lingua né nazionalità. È laureato il letteratura francese ma, con grande ilarità, ha confessato al mio stupore che con gli 85/100 crediti accumulati alle scuole superiori, non gli è stato permesso di spingersi più in là.
Lungi da noi limitare le emozioni di un pomeriggio sottratto al divertimento – non ce ne vogliano i “tarantolati” animatori – con una semplice cronaca, abbandoniamo le formalità cercando di raccontare al meglio il calore di parole che non hanno equivalenti nella freddezza di uno schermo.

Il tè ed il fumo fanno da cornice immaginaria al racconto commosso della sua vita, fino all’orgoglio dei 30 milioni della rivoluzione araba, passando per l’odio dinastico verso Israele. “Gli egiziani sono invidiati dagli altri paesi del Nordafrica perché sono più forti come popolo, in soli 8 giorni hanno spodestato Morsi” e poi incaricato al-Sisi di formare un nuovo governo; si erano resi conto che in 200 giorni di mandato post-rivoluzione avevano ottenuto solo promesse.
Isacco ricorda la cacciata degli israeliani dal Sinai e testimonia la ferma convinzione, di più di un popolo, della presenza degli Stati Uniti dietro alle guerre che hanno dilaniato la Palestina e l’Iraq. Si sorprende del suo acume anche Piuma – “di nome ma non di fatto”, testimone di 110 kg di simpatia – quando, con vergogna, confermo le sue tesi sul business dell’immigrazione parlandogli delle indagini romane sulle cooperative.
La domanda sorge spontanea: come è possibile che siete così informati sulla situazione italiana e mondiale? La risposta è altrettanto spontanea: la babele linguistica e culturale è stata abbattuta dall’inestesa potenza del web, consentendo a tutti una “informazione trasversale”.
A sentirlo si rimane a bocca aperta. D’altro canto anche gli europei hanno queste (e più) possibilità; come è possibile che tutto possa accadere sotto i loro occhi?
Dobbiamo considerare due aspetti per poter paragonare il popolo egiziano a quello italiano e magari per imparare qualcosa: 1) la distorsione delle notizie da parte dei mass media occidentali che è presente anche sul territorio egiziano, ma viene arginata dalla catena del popolo e questo ci porta diretti al punto 2) ovvero la volontà di partecipare di chi ha subito trent’anni di dittatura: Isacco racconta di due fasi, i primi 10 anni di miglioramenti per tutti ed i restanti 20 di amministrazione personale del Potere. Questa volontà consente ancora una trasmissione umana delle notizie (e dunque “attiva”) piuttosto che meccanica (e quindi “passiva”) e rende l’informazione giornalistica un punto di partenza e non un capro espiatorio della piccola borghesia da sacrificare sull’altare della mediocrità.

Un’altra sostanziale differenza è la dimensione religiosa: in Egitto, ma in tutto il Nordafrica, non esiste laicità; c’è una minoranza atea, com’è normale che sia, ma se si aderisce ad una religione la si pratica applicando al sé quella forma di linguaggio della preghiera che abbiamo perso. La preghiera garantisce (al di là dell’entità pregata) un automaton da ereditare e da trasmettere alle nuove generazioni, essa è sostanzialmente il simbolo di un passaggio che oggi non è più scontato, anzi non avviene nella maggior parte dei casi. Solamente acquisendo questo linguaggio è possibile trasmettere dei valori (anche quelli laici). Insomma, gli occidentali oggi non hanno la stessa forza linguistica dei nordafricani perché è venuto meno il linguaggio della preghiera, appunto. Pertanto non hanno più la possibilità di tramandare valori quali il senso d’appartenenza (e dunque la partecipazione), la cura dell’anima, ecc.

È ora di renderci conto che la globalizzazione galoppante fallisce laddove esistono luoghi turistici che diventano simulacri, laddove si finisce per conoscere solamente ciò che è pubblicizzato, occidentalizzato, diluito. Anche alla luce dei difficoltosi meltin pot che avvengono nelle nostre città, è giusto ed indispensabile ricordare che uno scambio proficuo non equivale ad una “mediazione” tra culture; che ognuno deve tenere ben saldi i propri contorni e difendere la propria nazionalità per non rischiare di cadere nell’equivoco del conformismo (che ha già distrutto le nostre culture regionali). Diciamoci, una volta per tutte, che mischiare tutti i colori non significa fare un bel quadro ma che, anzi, un bel quadro (magari non politicamente corretto) si fa con i contrasti armoniosi tra essi. Diciamoci senza vergogna che abbiamo fallito.

Abbiamo fallito nella speranza verso una globalizzazione che non siamo in grado di controllare, che crea violenza, frustrazione, ansia “morbosa” di integrazione; abbiamo fallito perdendo di vista la fratellanza – che è ben altro dall’integrazione – e che si coltiva soltanto, esclusivamente, nelle differenze.