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La Memoria ferita

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Il Giorno della Memoria, il bisogno di parlare di un grande trauma della nostra civiltà. La psicoanalisi insegna.
La Memoria ferita

In psicoanalisi ci si arriva per qualcosa che fa male, che segna, taglia, irrompe, traumatizza, pulsa. 

Il sintomo, il dolore, la ferita e il segno sono la spinta all’ingresso della porta che ogni paziente avverte a cui da un significato: ho bisogno di parlarne. 

Alcuni traumi, violenze e indecenti inciviltà non si possono che onorare con la cadenza di una ricorrenza come il Giorno della Memoria.

Nell’esperienza dell’analisi ci si relaziona al dolore, l’analista coglie nel discorso del soggetto ciò che l’Altro gli ha inferto e che egli ha vissuto primariamente come subìto.

Nel mondo animale la ferita prende il segno della cicatrice, in quello dei bambini che imparano a camminare del taglio sulla fronte per le cadute, nel ricordo dei campi di sterminio il dolore è così forte da essere quasi intoccabile, difficile quasi da mettere in parola, ma la parola salva spesso e dar parola e voce a storie di donne e uomini resi oggetto dalla folle psicosi di un paio di esseri umani è doveroso. 

Sempre in psicoanalisi il dolore, ciò che quindi è difficilmente sopportabile, viene rimosso e riaffiora solo attraverso qualcosa che sfugge e che torna proprio come fosse una sentinella, potremmo dire che il ritorno del rimosso è la chance con cui si può maneggiare e rieditare la propria vita includendola di quei momenti che ci hanno marchiati. 

La cicatrice e i marchi spesso a forma di numeri che le famiglie o i sopravvissuti ai campi di sterminio si portano dietro è qualcosa che riguarda tutti noi, ci implica, ci interroga e ricorda di non dimenticare, di tenere invece viva quella storia inaccettabile e forse non elaborabile che, come ogni atto di sopraffazione e ferocia, mostra le cicatrici dell’incontro con un Altro violento. 

Nella persona, quindi nel parlante, o per dirla in lacanese nel “parlessere”, il trauma è invisibile; eppure, scava dei profondi segni, usura, marca, schiaccia. Ed è lì che lo psicanalista è chiamato ad evocare la memoria, a rendere presente nel discorso dell’analizzante, quel passato doloroso, come nella Giornata della Memoria che siamo chiamati a ricordare, come esempio di un indimenticabile da ricordare. Freud nei suoi lasciti ci ha donato la più grande equazione psicoanalitica: ricordare, ripetere rielaborare

C’è qualcosa di questa ferita che resta sempre vivo, non trova pace, non si elabora mai del tutto, non si spiega neppure con le parole, non trova la sua rilettura inedita. La violenza non ha mai motivo di esistere e il marchio che questo popolo porta con sé non cessa di vivere nei ricordi di ogni caro perso, di ogni storia raccontata oltre il divieto della libertà di espressione in un’epoca drammaticamente figlia della violenza, priva di quei diritti alla base dell’esistenza dell’essere umano: la libertà di pensare e di esprimersi nella propria diversità.