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Perché Dante non è utile, ma necessario

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Perché Dante non è utile, ma necessario
Perché Dante non è utile, ma necessario

Aristotele e la filosofia che non serve

In “La Metafisica” Aristotele chiarisce il senso della non utilità della filosofia: se ponessimo la domanda “A cosa serve la filosofia?” la risposta che Aristotele ci fornisce è: a nulla! «Proprio perché priva del legame di servitù, é il sapere più nobile» [Met, I].

La filosofia nel suo essere non serve, non si asserva, non si assoggetta all’utilità ma è, e in quanto essere non possiamo che fruirne senza che essa fruisca di qualcosa d’altro. 

Un passaggio riduzionistico: cosa è/a cosa serve

Quando ci si trova dinanzi ad un adolescente di questi tempi, ovvero un Post Millennial, si può osservare un importante fenomeno che dimostra un inglobamento privo di senso di elementi che vivrebbero separatamente e di vita propria. Chiedendo cos’è qualcosa, trasformano immediatamente la domanda in: a cosa serve? Ad esempio: cos’è la Matematica? Ecco, è più plausibile che quando un professore di liceo si trovi a spiegare concetti matematici, senta un brusio dagli studenti che domandano – sempre all’Altro, raramente a sé – a cosa serve la matematica. Beh, potremmo quasi avventatamente rispondere che grazie alla filosofia e alla matematica noi possiamo fare la spesa al supermercato, o meglio che anche facendo la spesa al supermercato la matematica e la filosofia trovano il loro senso.

Spesso nelle scuole superiori si assiste a commenti circa l’utilità di una materia o di un concetto: se si parlasse di utilizzo, si potrebbe almeno intravedere una spinta soggettiva a volerne far qualcosa di quell’incontro con le equazioni, con la versione di latino o  con la metamorfosi nel mondo animale, (ci tengo a specificare perché spero che qualche adolescente incappi nella suddetta lettura, e in questa operazione miracolosa possa confondere tale metamorfosi con quella di Ovidio!). 

Ma ecco spesso, purtroppo, assistiamo a questo preoccupante processo legato al capitalismo che lega il giovane adulto alla materialità dell’oggetto, alla scarsa adesione all’astratto, al concetto, alla dimensione del senso metaforico e simbolico che la vita velatamente offre, ma che richiede un’intenzione di prendere la posizione di soggetto e farci qualcosa.

Potremmo definire dunque questa epoca come quella del tramonto del simbolo, del segno, del desiderio di sapere, di conoscere, per assistere ad un’epoca costellata di velocità, senso legato ad una fruizione limitata all’uso circostanziale, contingentato, utilitaristico. Epoca in cui il sapere (o la sua ricerca) è superfluo, legato cioè alla sufficienza di ciò che si coglie sopra, o di più si raccoglie senza difficoltà, perché prêt-à-porter privo di sacrificio o fatica. 

A tal proposito risultano evocative immagini di cimeli della natura o artefatti umani che si vedono trasportati a pelo d’acqua nel mare, e poi il suo rovescio: il mondo marino fatto di un suo bioritmo, dei suoi abitanti, dei colori e regole, persino un modo diverso di sopravvivere. Senza respirare l’aria, o per dirla più correttamente: non averne bisogno! Ecco, quella linea di demarcazione che spesso i bambini utilizzano per imparare, nei primi approcci estivi con l’acqua al mare, la differenza del sopra-sotto, dentro fuori, qua e là: quella linea di fatto rappresenta la possibilità di vedere cosa c’è oltre, il rovescio del sapere sopra!

-Sapere sopra- è un’espressione che si presta ad un orecchio analitico: sapere al di sopra o sapere appena sopra, sapere superficialmente o plus di sapere.

Perché Dante non è utile, ma necessario
Perché Dante non è utile, ma necessario

Il giovane adulto moderno 

Il denaro è il valore moderno, l’attualità del potere o dell’interesse, e la velocità con cui raggiungerlo il maggior scopo perseguito anche all’interno di un sapere universitario sempre più volto alla professionalizzazione, al lavoro assicurato, al master che ti darà accesso a delle posizioni elitarie.

Se il tempo moderno ha questa coloritura, cosa ce ne facciamo di Dante, della relatività o di Heidegger? 

Niente, oppure tutto, un po’ come il dolore per amore: lo si può accogliere leggendo i grandi classici greci, in fondo in quanto a tragedie sono i migliori. 

Trovare il senso della letteratura o della filosofia significa fare un’opera di cultura, fare cioè della quotidianità un evento volto alla conoscenza, alla significazione, alla costruzione di senso e di sapere non fine alla sopravvivenza, ma all’esistenza. 

Perché Dante è: non serve, ma è utile

Ecco, da Dante e dalla sua Commedia si può imparare ad accettare-sublimare un amore non corrisposto, ad affrontare la paura della Selva Oscura, si può persino fare un gioco simbolico di non agire la rabbia verso qualcuno, ma immetterlo in un bel girone dantesco magari nel Limbo, così nel I cerchio non si paga una pena, non si ha la beatitudine ma l’attesa di essi: non è forse questo il modo di simbolizzare il mondo?!