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Migrant lives matter – Insieme alla “Marcia delle Donne e degli Uomini scalzi”

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11 Settembre 2015, Roma, Via Cupa.

La memoria del World Trade Center è ancora viva, ma lo spettro di un nuovo terrorismo ci assaliva, un tarlo che perforava gli schermi dei televisori e ci assaliva inermi sui nostri divani: la xenofobia. Basta tabù, quella che ci si presenta davanti è una vera e propria paura del non-italiano, senza distinzioni di alcun tipo.

All’entrata del Centro Baobab ci attende Claudia, una delle oltre 300 volontarie che ogni giorno si alternano all’interno del centro. “Qui è tutto autogestito, le persone vengono la mattina un’ora prima di andare in ufficio e un’ora la sera, prima di tornare a casa” – ci racconta – “non accettiamo donazione in denaro, ma abbiamo un fondo online per le emergenze”. Mentre ci mostra l’infermeria, la cucina e il magazzino per le provviste, ci accorgiamo di come gli stessi ragazzi ospiti del centro si diano da fare nella gestione.

Immagine numeri
I numeri del Centro Baobab

Una volta usciti, ci rendiamo conto della risposta di Roma a questo evento: circa 2000 persone hanno portato beni di prima necessità al Baobab e la maggior parte non ci pensa due volte a togliersi le scarpe e a marciare, a volte in un silenzio quasi pesante. Sì, perché la voce la si fa sentire anche senza protestare, a piedi scalzi, in silenzio e con qualche risata.

Via Cupa – Stazione Tiburtina

Gli aerei sopra, quasi come simbolo di libertà e fuga, l’asfalto sotto i piedi, in solidarietà a chi ce l’ha avuto fin troppo tempo.

Al rientro prende avvio il Capodanno etiope, ma non prima di un “thank you” da parte di Iyasu (nome di fantasia, ndr) che ci regala lo striscione fatto con i suoi amici per essersi sentito anche lui vivo per un paio d’ore. Perché Migrant lives matter.

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