La notizia del funerale di Vittorio Casamonica, presunto ex-boss della omonima famiglia, in cui la mafia afferma sé stessa e si presenta al mondo come padrona incontrastata di Roma, si è tristemente guadagnata la prima pagina dei quotidiani internazionali e non. Lo sfarzo della carrozza trainata da sei cavalli, i petali gettati dall’elicottero che vola a bassa quota, la gigantografia del defunto accanto a don Bosco in cui viene compianto come “re di Roma”, non sono semplicemente segnali alle altre famiglie, come in un film che racconta la realtà degli anni ’50; sono anche, e soprattutto, piccoli mattoni che costituiscono l’ossatura del sistema mafioso della nostra epoca. Tutto questo serve a ostentare la propria forza, a fare in modo che questo stile di vita sia desiderabile, e quindi giustificabile, dal cittadino onesto.
È un colossale schiaffo allo Stato, è la dimostrazione (se mai ce ne fosse bisogno dopo l’inchiesta “MafiaCapitale”) che sul territorio romano la mafia non solo c’è, ma è anche più forte della Giustizia, della Politica, della Legge. Tutto questo va letto anche nel contesto in cui è maturato: una partecipazione incredibile alla cerimonia, sintomo di una società quasi totalmente indifferente, talvolta non pronta a decifrare i cambiamenti in atto. Sì perché l’attuale “mafia” non ha nulla a che vedere col suo ricordo passato, con la mafia “siciliana” fatta di pizzini e di latitanza, di estorsioni e violenza; quello che iniziamo a scoprire è un mondo imprenditoriale, non è “l’antistato”, cioè la mafia “tradizionale” che si sostituisce alle Istituzioni ed all’Autorità imponendone un’altra. È una mafia che fa della corruzione politica la sua arma più forte e che per questo è perfettamente inserita nel tessuto sociale, ne è parte integrante. Convive con lo Stato e lo assoggetta a sé, lo schernisce, lo ridicolizza, lo tratta come un bambino tratterebbe il suo giocattolo.
Questo è uno dei motivi per cui spesso non viene riconosciuta, non viene denunciata, viene confusa con la gestione del sociale. Ecco, non credo che basti la “retorica del welfare”, le campagne sulla prevenzione, sulla sottrazione dei “poveri” ai tentacoli della malavita; non basta entrare nelle scuole e spiegare ai ragazzi cosa è e cosa non è la criminalità organizzata, ottenere tanti bei sorrisi, tanti applausi, tante pacche sulle spalle salvo poi scoprire che il “fumo” che alcuni di quei ragazzi consumano finanzia l’illegalità. Se veramente i responsabili delle disattenzioni, degli errori e della gestione sbagliata della lotta alla mafia hanno intenzione di dare una spallata al sistema mafioso, provando a metterlo all’angolo, potrebbero iniziare dalla legalizzazione dei business che invece la mafia sfrutta: prostituzione e droghe leggere in primis; potrebbero iniziare dalle confische, dalla demolizione dell’immagine del boss che ha tutti gli onori, immagine che è stata costruita proprio attraverso manifestazioni come il funerale di ieri. La lotta alla mafia, spesso ostentata e spesso vilipesa, parte da qui; dall’idea che non solo i giovani non dovrebbero voler desiderare quello stile di vita, ma che anche i mafiosi dovrebbero pentirsi della vita che hanno scelto, dovrebbero sentir mancare lo spazio intorno a sé, la terra sotto ai piedi, il perdono della Chiesa.
Eppure, nonostante tutto, nonostante la pubblicità negativa che ciò che è successo farà all’Italia ed a tutti noi, nonostante la giostra delle responsabilità non indichi mai i colpevoli, nonostante l’indifferenza degli ignavi, vedere le immagini di quella carrozza antica che naufragava tra la folla ed i palazzi grigi, di cemento armato, le musiche de “Il padrino” a fare da sottofondo, i petali di rosa lanciati dall’elicottero.. Tutto questo mi ha dato il senso di un fondamentale anacronismo. Mi ha trasmesso l’idea che in tutto quel contesto la mafia non c’entrasse nulla, non c’entrasse più; la convinzione che tutto questo sia qualcosa di molto pericoloso ma allo stesso tempo comico. Sembrerà paradossale ma per me una mafia che vende la propria immagine come fosse un reality non è invincibile, anzi.
Ho provato nausea, ho avuto voglia di vomitare e di scappare ma, adesso, ho anche la certezza che il futuro appartiene a Noi.






