Pur essendo l’argomento spinoso e delicato, la portata del fenomeno ci impone di affrontarlo: nel 2010 la popolazione mondiale contava un 31,4% di cristiani ed un 23,2% di musulmani; le proiezioni demografiche prevedono che nel 2050 il numero di cristiani sarà pressoché invariato mentre i musulmani saliranno al 29,7%. Ad affermarlo, in uno studio pubblicato qualche mese fa, è il Pew Research Center.
Eclatante è il caso francese: dalla Rivoluzione in poi, i nostri vicini d’oltralpe hanno fatto un vanto la laicità (nel senso comune del termine – non ce ne vogliano i puristi) del loro Stato, salvo assistere negli ultimi anni ad una paurosa avanzata della componente islamica (che laica certo non è), estremamente abile nell’inserirsi all’interno delle debolezze religiose e legislative più nascoste dell’Occidente. Ad esempio, la Basilica del Sacro Cuore di Montmartre è stata imbrattata, tempo fa, con vernice rossa e scritte contro lo Stato e la Chiesa, nessuno ha avuto la forza di reagire; contemporaneamente il rettore della moschea di Parigi e presidente del Consiglio francese del culto musulmano, ha richiesto di raddoppiare il numero degli edifici di culto nel giro di due anni. Episodi di vandalismo ce ne sono fino a perdere il conto (più o meno gravi), come ci sono, e questo è più preoccupante, imbarazzi diffusi (e poco esibiti) delle istituzioni che evitano di parteggiare in nome del politicamente corretto. Non esageriamo se consideriamo quest’incertezza come un sintomo della progressiva rinuncia a difendere le proprie origini.
Intanto, mentre Papa Francesco esporta la diplomazia vaticana nel mondo (Cuba ringrazia) e guarda alla Cina, mentre a sud d’Europa i miliziani dell’IS abbattono croci e tagliano teste, alla biennale di Venezia, nel cuore di quella che era, un tempo, la prova vivente dell’incontro fertile tra civiltà bizantine e continentali, Christian Buchel, artista svizzero, ha trasformato, per tutta la durata della mostra, la chiesa cattolica di Santa Maria della Misericordia, da quarant’anni non utilizzata per le funzioni di culto, in una moschea, con l’intento di mettere al centro il dialogo interreligioso.

Questi episodi, apparentemente slegati, sono la dimostrazione che sotto la superficie, sotto il tessuto della democrazia apparente ed ideale, la convivenza reale tra culture e tra popoli sta lentamente spostando gli equilibri: il multiculturalismo semplicemente non funziona se la bilancia distingue culture deboli e culture forti, con le prime pronte a (con)cedere e le seconde non troppo sorprese delle concessioni che ricevono.
Non è per generalizzare che cerco di portare l’attenzione su questi temi ma per sottolineare che, ben contenti di condividere cibi, letture, abiti, con tutto il resto del mondo senza spostarci da casa, ci ostiniamo a non volere l’altra faccia della medaglia. La rivoluzione del terrorismo è avvenuta sotto in nostri occhi e non ce ne siamo accorti; l’autoproclamato stato islamico ne ha trasformato almeno tre aspetti da come lo conoscevamo: 1) in passato i terroristi comunicavano su forum appositi che permettevano all’intelligence un controllo estremamente semplice ed efficace, mentre adesso (complici gli utenti distratti che non segnalano le anomalie) si diffondono pagine sui social più comuni, mischiandosi al numero infinito di profili e rendendo il lavoro di prevenzione più complesso; 2) non c’è più distinzione gerarchica tra cellule indipendenti ed organizzazioni coordinate dal Califfato, cosicché chiunque può rivendicare attacchi che, invece, sono causati dalla follia di un singolo individuo; 3) attraverso la propaganda online si diffondono rapidamente gli appelli a colpire, senza distinzione, in ogni modo possibile. L’effetto di questi tre fattori combinati insieme è che le forze del terrorismo si moltiplicano all’infinito e appaiono più grandi di quello che realmente sono e molto meno controllabili. In parole povere, se consideriamo che ogni città ha la sua comunità islamica ed ogni comunità riceve “l’invito” a partecipare agli attacchi contro l’Occidente, non possiamo escludere che tra le tante comunità e tra le tante persone che le compongono non ci sia un disperato disposto a raccogliere questo invito. Queste comunità hanno ovviamente diritto di esistere perché la libertà religiosa non è retorica; contemporaneamente però è necessario sapere che stanno insediando le comunità cristiane da un punto di vista “culturale” e che potrebbero rappresentare un pericolo “militare” (per i motivi sopra indicati) anche se le consideriamo in “buona fede”.
Approfondendo l’analisi, ci rendiamo conto che al terrore contribuisce la stupidità di tutte le componenti politiche europee: dalla destra reazionaria che generalizza e sfrutta la situazione per denunciare non si sa bene chi, non si sa bene cosa (lettura consigliata, “Lo straniero” di A. Camus), alla sinistra tradizionale che ignora completamente il problema religioso (lettura consigliata, “Sottomissione” di M. Houellebecq). Il problema c’è e non si può non vederlo. Purtroppo, per iniziare un dialogo di per sé complicato c’è bisogno di entrambe le parti.






