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Gli studenti del “Mancinelli e Falconi” volontari per un giorno

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La vita è strana. Unisce e fa convivere aspetti apparentemente inconciliabili; permette che due opposti esistano nello stesso momento. E così, mentre un adolescente sta assillando il padre per l’ultimo modello dell’i-phone, una strada più in là, un uomo di 50 anni, ormai disoccupato, cerca di arrivare alla fine della giornata. Ma non sempre ci riesce. E sempre di più sono le persone che lo affiancano in questa lotta alla sopravvivenza. La famosa “crisi” di cui si sente tanto parlare non colpisce in modo diretto le nostre coscienze anestetizzate: c’è bisogno di un diretto, brutale confronto con la realtà per prendere consapevolezza della tragica situazione in cui ormai il nostro Paese si trova.

Alcuni ragazzi del liceo “Mancinelli e Falconi”, venerdì 23 gennaio, hanno avuto questa possibilità: accompagnati dal professore di religione Massimo Navacci, si sono recati presso la Comunità di Sant’Egidio, a Roma, per aiutare in qualità di volontari alla mensa dei poveri, nell’ora di pranzo. Dopo una breve introduzione da parte degli organizzatori, i ruoli sono stati divisi, alle 11 in punto le porte sono state aperte e la giornata è cominciata. Ha colpito subito la lunghezza interminabile della fila che aspettava fuori. Ma non era l’unica singolare circostanza: al contrario di quello che verrebbe spontaneo aspettarsi, infatti, in coda non c’erano solo senzatetto, extracomunitari, indigenti, ma anche e soprattutto persone del tutto comuni, dignitose, indistinguibili da quelle che frequentiamo ogni giorno.

Man mano che entravano, la sala cominciava a riempirsi e in pochi minuti il silenzio tranquillo che regnava si è trasformato in un insieme di voci, di rumori di sedie che si spostavano, di acqua che scrosciava e di vassoi che cozzavano con il tavolo. Gli ospiti sembravano conoscersi a vicenda, essendosi probabilmente incontrati in precedenza; si salutavano tra di loro e salutavano anche noi. Molti di loro non cercavano che un pretesto per intavolare una conversazione; infatti più che la fame, più che il freddo o la scomodità, uno dei problemi più grandi è il loro isolamento: abituati a stare ai margini della società, evitati e abbandonati da tutti, hanno perso le occasioni per parlare, per raccontare di loro, o semplicemente per essere ascoltati da qualcuno. E così si schiudevano facilmente a chi rivolgeva loro gesti gentili, rovesciando fuori come un torrente di parole le loro storie.

È quello che ad esempio ha fatto una signora peruviana, impellicciata, dallo sguardo dolce e i comportamenti signorili. Era avanti con gli anni ma manteneva sul viso lo spettro di una bellezza posseduta in gioventù. Raccontò di essere stata molto ricca, prima che il marito morisse improvvisamente e lei spendesse tutta l’eredità per pagare gli studi dei suoi cinque figli. Più avanti c’era un signore di colore, che veniva dal Kenya e ha detto di aver visto un leone dal vivo, quando era piccolo. Al tavolo a fianco sedeva invece un signore con gli occhiali, tutto preso dalla lettura di un libro: era uno studioso di teologia e stava tenendo un posto al suo amico Francesco, signore sulla cinquantina, che voleva ristrutturare un capannone e trasformarlo in un teatro per bambini.

Uomini, donne, anziani, giovani, con le stampelle, con le valigie, sorridenti, accigliati, imbarazzati. Ognuno aveva la sua storia da raccontare e una giornata intera non sarebbe bastata per ascoltare tutti. Ma una giornata è bastata per crescere: perché quello che possediamo non è scontato, perché abbiamo avuto fortuna nella vita e la fortuna va condivisa con chi non ne è dotato. Perché forse se vedessimo come queste persone sono in grado di sorridere, i nostri problemi quotidiani, che ci piace tanto ingigantire, diventerebbero insignificanti.

Ludovica Di Ridolfi