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Genitorialità: attraverso due film

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L'essere omo o etero genitori fa la differenza? Ozpetek e Torre danno una lettura contemporanea legata all’occupare il posto del genitore.
Genitorialità attraverso due film

L’essere omo o etero genitori fa la differenza? Ozpetek e Torre danno una lettura contemporanea legata all’occupare il posto del genitore.

Il conto psicoanalitico

La generazione precedente richiede costantemente la realizzazione dei loro sogni: fare un figlio, divenire ad oggi nonni. 

È questa l’esigenza di un giovane adulto negli anni 2000? Rispondere a questo bisogno risulta meno possibile in questa epoca storica, eppure non inverosimile. Per divenire genitori bisognerebbe fare il conto psicoanalitico e non matematico che 1+1 fa X. 

X come incognita che è l’unica certezza nel generare un figlio, la psicoanalisi segue logiche non matematiche in questo senso, segue la logica del paziente, la logica della clinica dell’uno per uno come soggetto entità singolare uguale a sé stesso e non paragonabile alla storia di un altro soggetto.

Una lettura contemporanea

L’essere omo o etero genitori fa la differenza?

Ozpeteck e Torre danno una lettura contemporanea legata all’occupare il posto del genitore. 

Corsi preparto, cataloghi per marsupi o fasce, decaloghi per eseguire il genitore modello, questi sono esempi di come non esiste una individualità, ma il soggetto quando viene al mondo, o per essere più precisi, prima che vi faccia ingresso preesiste nel linguaggio, il soggetto è un oggetto sociale e dunque ne riflette un sociale di cui è protagonista ancor prima della sua venuta. Come se seguire una serie di buoni consigli permette di essere “pronti” a divenire genitori: ma si può essere pronti all’imprevedibilità del nuovo? Il figlio può rappresentare l’emblema del non preventivato, dell’incontro inaspettato che solo il nuovo sa generare e allora i due film –La dea Fortuna e Figli– attraversano l’incontro con il reale della vita, quella nuova e quella preesistente. 

Il figlio

Il figlio potrebbe essere metaforizzato con la dicitura “Single-issue”, il numero 1/1, non per la non molteplicità dei figli in una famiglia, bensì per la sua non reale numerabilità in termini di primo o quarto figlio, o peggio “figlio di mezzo”. 

“Il figlio non è forse un mistero che resiste a ogni sforzo di interpretazione? Un figlio non è precisamente un punto di differenza, di resistenza, di insorgenza incontenibile della vita? E non è questa la sua bellezza fulgida e insieme minacciosa?” Massimo Recalcati descrive così la condizione dell’essere figlio, figlio come erede “il figlio giusto è quello che sa essere erede: l’eredità non è fedeltà al passato, ma fare esperienza del mondo, del viaggio, diventare un figlio nuovo, giustamente eretico.”

La dea Fortuna di Ozpetek

Potremmo rintracciare le parole di Massimo Recalcati proprio nel desiderio che si muove all’interno di uno dei due personaggi, idraulico pragmatico che fa passare la metafora del desiderio attraverso la necessità di portarsi uno dei due bambini a lavoro trasformando in modo simbolico il senso della passione «l’impianto idraulico è come il corpo umano con le sue vene e le sue arterie»; l’altro diviene l’incarnato della crisi moderna del mondo intellettuale vestito di precarietà e nevroticismo dei sogni ovviamente infranti!

La firma di Ozpetek, al di là dei personaggi, la si legge nelle musiche che fanno da padrone, nel cinema che tocca l’anima di chi ogni giorno sembra non trovare le parole che nei suoi film si sciolgono e compongono una sceneggiatura

L’incrinatura della relazione si fa da sfondo quando irrompe il bisogno di prendersi cura di due bambini, in modo non preventivato appunto, la platea romana condominiale degli amici dipinti in modo incandescente da Ozpetek fa da supporto nel divenire coloro che si occupano di figli in maniera insapettata in una coppia, come tante altre, che attraversa una nuova fase della relazione non più passiva ed adattata al tempo che passa con scorciatoie di relazioni extra ma trovando insieme un terreno comune di cui forse, i due bambini possono essere semi. 

Figli di Torre

Il Ménage à trois tra Sara Nicola e la loro bambina viene a incrinarsi per l’arrivo del secondogenito: Pietro. Il sonno scarseggia, il lavoro è necessario, gli amici già genitori bis scoraggiano questo nuovo panorama che sembra mettere catastroficamente in luce il reale che torna della crisi precedentemente mascherato dalla partecipazione a serate e feste che il -buon carattere- della prima figlia consentiva. L’esosa pediatra pseudo-guru «Lui è ciò che voi siete, quindi sarà ciò che voi decidete di essere»,  «Bisogna mettersi in ascolto, in fondo è la cosa più semplice» offrendo così un terreno su cui i due prendono la deriva della terapia di coppia, infatti al centro del discorso non ci sarà più Pietro e le sue questioni in quanto neonato, bensì la tormenta interiore, il senso di inadeguatezza e disagio che ha colpito i due protagonisti all’interno di una cornice geo storica di una Roma inaccogliente che non sembra aver da offrire all’arrivo di una Nuova famiglia ben descritto dalla frase che Sara “ripete quando svolge il suo lavoro di ispettore d’igiene nella ristorazione: questo mestiere ti fa capire il disamore di cui è capace questo paese”.  

In fondo sembra che si festeggi quando la lotta da vincere è stata saldata, non metaforicamente parlando ma quando, indebitandosi con un amico, si è riusciti a saldare il debito con l’agenzia delle entrate.

Evidente genialità quella dello sceneggiatore e regista Torre che sostituisce il pianto del lattante con le stridenti ed esemplificative note della Sonata per pianoforte n. 8 di Beethoven conosciuta anche come la “patetica”. Da lì i due iniziano a immaginare l’ipotetica Josefina, tata mulatta, sorridente, solare che come Mary Poppins rende la casa un inserto di Living e i bambini splendenti come quelli che solo Anne Geddes potrebbe ritrarre. 

E allora i due si immergono nella condizione iniziale che caratterizza ogni coppia, cercare di essere un due illudendo così lo spettatore (come simbolo dell’essere umano in relazione) che quando si è stanchi si può far finta di saltare dalla finestra, magari insieme!