Cari lettori natalizi che state affrontando l’afa di Dicembre con un mojito sulle spiagge di Fregene o Ladispoli, a voi mi rivolgo. Inutili sono i tentativi di leggere Dickens vicino al bocchettone del condizionatore, inutile ascoltare Prospettiva Nevskij nell’ultimo vagone del regionale 2206, dove il gelo negli inverni precedenti cristallizzò battaglioni di pendolari come i cavalli di Curzio Malaparte nella “selvaggia, sterminata foresta di Ràikkola” (vd Curzio Malaparte, Kaputt). Piuttosto…
“Tutto ciò che si udiva era una voce assonnata.
«Ciliegie», diceva monotona, «ciliegie!».[…]
Ma l’afa era tanta che anche nel Foro, il ritrovo dei buongustai e degli intenditori, si incontrava appena qualche passante…[…]
Di lettighe , neanche l’ombra.”
Così inizia Il Nerone di Deszo Kosztolanij.
Summer on a solitary Rome. Un libro sorprendente, da meditazione.
Alla vista si presenta giallo nella copertina, con una bellissima tela di Waterhouse (Il rimorso dell’imperatore Nerone dopo l’omicidio della madre – 1878). Riflessi dorati in controluce come i ricci del giovane matricida.
All’olfatto si notano sentori di pescivendoli, straccioni, urlatori, usurai, poetastri che pascolano nel foro. Con un po’ di concentrazione si percepisce l’odore caratteristico di miele e ammoniaca della coppa della morte, altrimenti detta amanita falloide. Ultima pietanza che Agrippina,madre di Nerone, porse all’ormai troppo vecchio Claudio. Ultimo calice che il brillante Britannicò sorseggiò alla mensa dell’imperatore. Alla bocca, invece, risulta asciutto, essenziale, scheletrico. Leggendolo la lingua e gli occhi si impastano di polvere, quella sollevata dal carro con cui Nero Claudius Caesar scorazza per la Città. Si assaggia il dolce sapore di Poppea, sapore di latte di giumenta, o di asina; quello più simile al latte materno. Si assaporano i versi vuoti e ridondanti di Nerone, impregnati del suo stesso sudore. Di un sudore fatto di notti insonni ad inseguire una melodia, che un flautista egizio soffia chissà dove. Melodia notturna, che ci rimanda alle mille e una notte, scontro tra cultura orientale ed occidentale. Tra il Sole e la Luna. Tra Nerone e Iesus. In queste notti è la paura del giorno a fargli da compagna, Sharāzād è Seneca, il Sole, la latinitas. O, almeno, ciò che ancora ne è rimasto.
Il libro è un’esperienza sensoriale, sensuale, mistica nella propria fisicità. Estasi di una Teresa che ancora deve nascere.
L’imperatore si è addormentato, finalmente può sognare.
Il flautista suona sulle note di Glory Box (Portishead – 1994), laggiù nei sotterranei del circo qualche leone ruggisce. La Goldwin Mayer sta girando il primo colossal. Un giovane Peter Ustinov sta bevendo la sua Coca, mentre osserva stanco la bellezza di Marina Berti.
Mervyn LeRoy urla, le riprese possono ricominciare.






