Home Opinioni And you, tube?

And you, tube?

1123
0

You Tube, Spotify, Soundcloud e così via.
La musica cambia e si evolve nel tempo, ma questa nuova forma che sta prendendo piede negli ultimi anni è davvero solo una conseguenza naturale, come poteva essere il grunge negli anni ’90 o la disco nei ’70, oppure c’è qualche cosa di diverso e inspiegabilmente sbagliato?
Un po’ si sente in giro: “è normale che sia così, ci si adatta alla logica del mercato, è solo una conseguenza”.
Si è passati con il tempo da un mercato del tangibile, a un mercato del digitale, gettando in profonda crisi il mercato discografico. Le label discografiche, infatti, hanno trovato nella rete una minaccia più che un’opportunità, sottovalutando in partenza le potenzialità della musica in formato digitale.
Nel 2013 i ricavi digitali complessivi del settore sono cresciuti dal 4,3% a un valore di 5,9 miliardi di dollari USA.
Complessivamente il digitale rappresenta il 39% del fatturato mondiale totale; questo dato dimostra come nel tempo sia cambiata e continui a cambiare la concezione di musica, da come si produce a come si mette in commercio e soprattutto come si ascolta.
Ascoltare un CD significa immergersi in uno studio più o meno dettagliato di un concetto, significa analizzare uno o più messaggi trasmessi attraverso una consecutio ben precisa; il digitale sta distruggendo questo approccio alla musica. In un periodo storico come il nostro, abituati come siamo ad avere tutto e subito, non poteva non essere lo stesso anche per la musica ed ecco che ci ritroviamo ad ascoltare brani dei Jethro Tull senza sapere chi sia Ian Anderson. Se da un lato il sistema digitale ci apre le porte a una sorta di globalizzazione musicale, dove è possibile scaricare ed ascoltare qualsiasi brano, in qualsiasi contesto, dall’altro rende inevitabilmente più superficiale l’ascolto e soprattutto la scelta dei brani, che oramai è praticamente pilotata attraverso video correlati e pubblicità varie.
Il problema si pone in maniera più incisiva non tanto per gli ascoltatori, quanto più per gli artisti, che volenti o nolenti si ritroveranno a fare i conti con questa lotta alle visualizzazioni; per questo molti gruppi hanno imparato, per sfruttare questo sistema, a fare successo prima nel web, anche senza nessun contratto discografico di alcun tipo.
Protagonisti di questa svolta furono i  programmi peer to peer, primo tra tutti Napster e, successivamente, il colosso di Steve Jobs con Itunes Store, che nel 2004 rappresentava il 70% del mercato di musica digitale. Altra conseguenza del digitale è la completa variazione del ruolo dei concerti: se in precedenza, infatti, il concerto era fondamentalmente un’occasione per divertirsi e pubblicizzare l’ultimo disco in uscita, oggi, non potendo più contare sulla vendita di CD, il ruolo del concerto è diventato proprio quello di far tornare i soldi in cassa agli artisti, che si ritrovano a vendere biglietti a prezzi impensabili negli anni passati.
Questo articolo  vuol fondamentalmente far intuire come la crisi che ci investe è innanzitutto culturale, dal momento che oramai da circa 10 anni, quindi ancor prima dell’inizio della grande crisi economica, il mondo musicale è stato prosciugato dalla legge del mercato, che spesso e volentieri uccide l’arte.
Sostenere la musica Indie significa combattere questa stato di cose, significherebbe non piegarsi passivamente ad ascoltare quello che passano in radio, ma scegliere quello da passare in radio. Significherebbe ridare spazio a un modo di vedere le cose che nel mondo musicale, e non solo, la gente inizia a dimenticare passati i 25 anni.

Edoardo Persichilli