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Ricordare Sabra e Shatila 32 anni dopo

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"Martyrs square, memoriale delle vittime di Sabra e Shatila"

«Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo. L’odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l’uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore».

Elaine Carey, Daily Mail, 20 settembre 1982.

Tra il 16 e il 18 settembre del 1982 si è compiuto uno degli eventi più drammatici ed umilianti della storia dei palestinesi: il massacro di Sabra e Shatila, protrattosi per due giorni e due notti nei campi profughi palestinesi a sud di Beirut, in Libano. Una delle  pagine più deplorevoli del lungo archivio macchiato di sangue della storia del sionismo, uno degli episodi più ignobili della storia dell’umanità, la cui responsabilità di Israele è oggi pienamente dimostrata e confermata. Furono i falangisti ad effettuare in prima persona il massacro, ma le forze israeliane, che controllavano la zona sud di Beirut, li lasciarono entrare nei campi ed eseguirono l’ordine di illuminare l’area da fuori.

Le truppe israeliane avevano iniziato, già nei giorni precedenti, una ricerca casa per casa, che si era protratta fino alle prime ore del 16 settembre, per trovare armi e “terroristi”. In centinaia furono rapiti e portati in una zona vicino al campo di Shatila, dove i giovani uomini vennero picchiati, ammassati in una grossa buca e seppelliti vivi. Intanto le Falangi erano arrivate in gran numero all’entrata del campo di Shatila, pronte a penetrare il campo e a ripetere l’operazione di deportazione con donne e bambini. Per chi era rimasto all’interno del campo il destino non fu diverso: per due giorni e due notti si protrassero violenze, stupri, omicidi a sangue freddo con armi da taglio, decapitazioni, smembramenti ed esecuzioni impensabili.

I palestinesi e i libanesi massacrati a Sabra e a Shatila furono circa 3.500 (nonostante alcuni report arrivino anche a 4.000), nessuno dei corpi ritrovati indossava una divisa militare. Molte vittime non furono mai ritrovate. Alcune case furono distrutte, altre rimasero intatte, usate in quei giorni dai boia per riposarsi e mangiare qualcosa tra un’omicidio e l’altro. Furono trovati nei giorni successi carte di cioccolata con scritte in ebraico, così come molti proiettili e granate provenienti dalla stessa fazione.

Esiste una cospicua letteratura che raccoglie le numerose testimonianze dei superstiti anche in forma di romanzo, ma le interpretazioni cinematografiche del massacro sono forse quelle che rendono meglio giustizia agli eventi. Dai documentari ai film di animazione, alcuni davvero notevoli, tutti raccontano il massacro attraverso diversi punti di vista: gli occhi delle vittime, o degli israeliani, o ancora delle organizzazioni o dei volontari che lavoravano nei campi.[1] Tuttavia, è uno quello che meglio rappresenta la crudeltà di quei giorni dell’82: Massaker, di tre registi tedeschi, Monika Borgmann, Lokman Slim e Hermann Theissen, tra i pochi a cui è stato possibile accedere all’archivio ufficiale del conflitto.[2] Nonostante il senso di smarrimento e di incredulità che si ha alla fine della visione e di risposte non ve ne sia nessuna, Massaker è uno dei documenti storici più rilevanti per quanto riguarda Sabra e Shatila. Infatti, davanti alla telecamera non vi sono le vittime, ma i boia: sei membri delle Forze Libanesi che compirono il massacro in prima persona e che confermano i fatti rendendoli di dominio pubblico. Essi si mettono a nudo e si raccontano alla telecamera con agghiacciante tranquillità.

I registi scelgono di non rivelare i loro volti, ma solo le loro figure in ombra, mani, braccia, piedi, figure appesantite dagli anni. Un’esperienza borderline per la regista Borgmann, che decide «di non essere né complice né giudice delle azioni commesse dai boia per mantenere il più possibile una dimensione etica e imparziale», per quanto sia possibile in un contesto come questo.

La telecamera a braccio inquadra, sotto la luce naturale, in una stanza, le mani di quegli uomini che hanno causato la morte di un numero tuttora indefinito di persone. Raccontano quelle stragi, chi con orgoglio: «Erano bei tempi» dice uno di loro; chi con vergogna e difficoltà: «Brucio dentro mentre parlo di queste cose, siamo entrambi nella stessa stanza, ma non proviamo le stesse cose, io brucio dentro», confessa un altro al cameraman. Uno di loro mostra il modo in cui agiva entrando in una casa: «Lanciavo la granata, mi ritiravo, aspettavo che esplodesse e sparavo a tutto ciò che si muoveva: uomini, donne, bambini, animali». E ancora: «Uccidere era come giocare con le biglie», dice uno di loro. «La prima volta che uccidi una persona è doloroso, poi la seconda, la terza, la quarta, non ci pensi più, vai in automatico, come se fosse un gioco».

Al contrario di altri film che rievocano fatti simili, ciò che differenzia Massaker è proprio il fatto che a parlare sono, con agghiacciante naturalezza, quelle stesse persone che impugnarono le armi 32 anni fa. Ragazzini all’epoca, poco più che diciottenni vestiti da soldati, si ritrovarono i fucili in mano, senza nemmeno sapere perché fossero coinvolti in quella guerra. «Quando Gemayel fu ucciso ho sofferto più che per la morte di mia madre. Ho superato la morte di mia madre dopo un certo periodo, ma quella di Gemayel non riuscivo proprio ad accettarla. Quando fu ucciso era come se tutto quello per cui stavamo combattendo fosse stato inutile, senza senso», dice uno di loro.

La crudeltà e l’orrore che appaiono nei racconti di Massaker sono l’altra faccia di una verità che è rimasta nascosta per anni grazie all’occultamento dei cadaveri da parte degli stessi falangisti, che giustificavano le loro azioni con la morte del loro leader Gemayel. Se si cambia il contesto politico, la violenza collettiva che si consumò in quei giorni ricorda molto i 52 giorni di “Margine Protettivo” a Gaza.

Il massacro fu giudicato dalla Commissione Kahan, che l’8 febbraio 1983, giunse alla conclusione che i diretti responsabili dei massacri erano le Falangi, guidate da Elie Hobeica, ma che Israele sotto la giuda del Primo Ministro Menachem Begin avesse la responsabilità indiretta dei fatti soprattutto per aver ignorato quanto stesse accadendo e per non essere intervenuto per fermarlo. Fu giudicato responsabile Ariel Sharon, all’epoca Ministro della Difesa, per non aver adottato le adeguate misure per prevenire o ridimensionare il massacro. Egli venne rimosso dal suo incarico di Ministro della Difesa israeliana ma non fu emessa alcuna condanna concreta a suo carico. Nel 2002, 40 parenti delle vittime di Sabra e Shatila denunciano Sharon all’Aja, presso il Tribunale per i Crimini di Guerra, tuttavia tale processo non ebbe mai luogo a causa della morte del principale accusatore di Sharon, Elie Hobeika, che, responsabile diretto di quei massacri, aveva annunciato di voler fare piena luce sui fatti. Elie Hobeika fu ucciso da un’autobomba pochi giorni prima del processo e le accuse nei confronti di Sharon caddero.

È molto difficile riuscire a comprendere una crudeltà che è così grande da sembrare quasi banale, per usare le parole di Hanna Arentd, in un contesto diverso ma molto affine. Tuttavia, benché sia pressoché inutile cercare di comprendere un crimine contro l’umanità spietato come pochi nella storia recente, è importante ricordare. È quello che fanno ogni anno i gruppi di attivisti, associazioni e organizzazioni (come Palestinian Civil Right Campaign e il Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila) che si recano in Libano per portare la loro solidarietà ai palestinesi e chiedere giustizia per quell’orrendo crimine. Quest’anno, dopo che si è compiuto un altro crimine nei confronti della popolazione palestinese a Gaza, e mentre si sta portando a termine il progetto sionista a spese dei palestinesi in Cisgiordania e nella diaspora, è ancora più importante ricordare e sottolineare la responsabilità del governo imperialista e neo coloniale di Netanyahu, che continua ad agire indisturbato e impunito con la tacita approvazione (e con il supporto militare) dei governi occidentali.

Note:

[1] Tra questi segnalano il bellissimo Valzer con Bashir (Ari Folman, 2008) e Gaza Hospital: Beirut (Marco Pasquini, 2010).

[2] Il documentario non è disponibile online, è stato proiettato nel giugno 2011 presso le sale di Villa Medici a Roma nell’ambito della rassegna cinematografica “Cinemondo. Uno sguardo sul Medio Oriente”.