La violenza sulle donne è una sconfitta per tutti

Non credo di poter cambiare la vita di nessuno, tantomeno se scrivo di opinioni. Ma di alimentare una speranza questo sì. E di speranze da offrire nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne ne custodisco sempre parecchie.

Il punto su cui mi sento di porre l’attenzione è proprio la violenza. Comprendendo che non si tratta mai solamente di brutalità fisica, accertabile concretamente e (forse) più direttamente denunciabile, esiste una violenza silenziosa che si insinua nella testa della donna e la divora indisturbata. O perlomeno la plagia e trangugia ogni sua personale convinzione. Vengono a mancare i punti di riferimento e l’unico appiglio che resta è quello che fa precipitare. L’uomo che sembrava amarla la priva di ogni contatto, punta a economizzare i suoi gesti, le sue parole e i suoi pensieri e limitare la sua persona a lui e a lui soltanto. Lei non ha più dimensioni segrete, la sua esistenza diventa dominio di un altro. Un altro che, nella sua gagliardia e baldanza appare agli occhi della povera donna, un uomo difeso che ha compreso tutto dalla vita, che ha dominato le sue passioni, un uomo consapevole che sa e può tenere il controllo. Generalmente però ogni tipo di aggressività o limitazione nei confronti di chi sta al nostro fianco nasconde una debolezza. È un po’ la sindrome del chihuahua: abbaglia, mostra i denti poiché, date le sue piccole possibilità di difesa, punta sullo spaventare e, seminando qua e là con qualche morso timore e paura, sorveglia la sua vittima con disinvoltura soddisfatta e malata. Piantonata, la vittima si dedica a praticare l’assenza di tutto, dagli incontri amichevoli, alle uscite ingenue, alle sensazioni più semplici, le passioni più buone, le emozioni più profonde. I suoi unici compagni di vita sono il timore e l’uomomostro che lo alimenta.

Qui introduco il secondo punto, del quale voglio sottolineare l’importanza. Ciò che non permette alla donna di rivoltarsi alle mostruosità giornaliere, è l’amore. Diciamo meglio: l’idea dell’amore che non c’è più o non c’è mai stato ma che fu sempre idealizzato. Sappiamo bene che l’amore richiede volontà, energia e generosità, è esercitato nella totale libertà di entrambe le parti che sanno di poter vivere il pieno della loro esistenza ed esercitare totalmente voglie e passioni e accrescere tutto ciò con l’accostamento a un’altra persona, dotata di nuove e diverse inclinazioni. Appare evidente allora, senza ulteriori chiarimenti, che se c’è violenza, cioè mancato rispetto ed esagerate limitazioni, l’amore viene a cadere perché non c’è suolo in cui può germogliare.

A questo punto, la speranza che vorrei provare ad alimentare è una chiarezza: comprendere la differenza oceanica tra l’amore e la violenza, e gli opposti ideali che le muovono. Comprendere che la denuncia di una violenza, in qualsivoglia forma essa si manifesti, non è la querela dell’amore ma la sua salvezza, non è una guerra aperta con il sentimento che muove il mondo ma una riconciliazione con esso. L’amore come ideale, l’amore per sé stesse, l’amore che dobbiamo e possiamo verso gli altri. Che la strada per un riparo sia tortuosa nessuno lo nega e spesso il coraggio individuale che ogni donna maltrattata e non rispettata deve, con grande sforzo, trovare in sé stessa può non bastare. Sollecitiamo allora le giuste mosse (leggi, associazioni, diritti…) che possano dare questo riparo il più naturalmente possibile. Naturalmente sì, perché la lotta contro la violenza, la difesa che nasce dopo un danneggiamento, tutto questo dovrebbe arrivare naturalmente: a ogni danno la sua reazione. Probabilmente il fatto che questa difesa stenti ad arrivare o quantomeno ad affermarsi, deriva da una noncuranza dilagante per tutte quelle questioni che non riguardano io, me, la mia persona; esageratamente concentrati sul nostro vivicchiare sviamo dal resto. Ma spesso questo resto comprende gravi questioni come il razzismo, la povertà, la guerra, la malattia, il femminicidio ed erroneamente pensiamo che ognuno di questi problemi sia confinato alle sole vittime, ai migranti, ai poveri, ai malati, alle donne. Non si tratta di sostenere la giornata contro la violenza sulle donne perché si è femministe; non si tratta di ignorare la giornata contro la violenza sulle donne perché è roba da femministe. Non si tratta di femminismo perché la violenza è un problema che riguarda tutti quanti e la lotta aperta a questa deve essere intrapresa indifferentemente dal proprio sesso e dalla propria ideologia. Si tratta di accusare, rimarcare, criticare per far luce ancora e ancora su un problema in parte ignorato e per questo tuttora irrisolto.

Chiedere aiuto; acquisire coscienza della propria persona e il rispetto che a essa dobbiamo; denunciare. Quando si passa dall’altra parte, da vittima a vincitrice, arriva la seconda vita, uno stacco da terra, un passaggio di stato, un decollo. E il momento del decollo, si sa, è il più delicato ma anche il più necessario, per permettersi il volo e per regalarsi una leggerezza.

 

 

 



Emanuela Fava

Nasce a Roma nel 1995. Legge molto e parla poco. Ama scrivere, mangiare e ricordare. Walkie Talkie è un’ottima opportunità per dar voce alle cose in cui crede.

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