Le parole sono importanti

A partire dagli anni Settanta il femminismo ha intrecciato le proprie riflessioni con campi culturali diversi. In tale prospettiva sono nati i women and gender studies, studi femminili e di genere che si occupano della categoria sessuale e dei suoi significati, dell’identità e della differenza sessuale in una dimensione femminista la quale, unendosi ai cosiddetti cultural studies, considera il pensiero femminile attraverso un’idea di gender non più come mera condizione sessuale ma anche come fatto politico-sociale. Nuove considerazioni dunque vengono date anche al linguaggio e all’uso che se ne fa.

Francamente, prima di entrare nel merito della questione, mi vedo costretta a invocare il caro e giudizioso femminismo della Beauvoir, di Anna Maria Mozzoni, di Carla Lonzi e di tante altre donne e criticare inesorabilmente il pensiero femminista che dilaga oggi, leggero, affrettato e tutto esteriore. Essendosi persi di vista gli obiettivi cardine del pensiero femminista (uguaglianza, libertà, volontà e rispetto) e della conseguente protesta, il femminismo è erroneamente concepito come la libertà di vestirsi come più si desidera o come l’atteggiamento esageratamente sarcastico assunto da donnicciole verso l’universo dei maschietti, le quali masticano e sbandierano irrispettosamente parole di Donne che le parole le hanno covate dentro per anni, impossibilitate per giunta a esprimersi. Non si tratta di recriminare la possibilità di portare o meno una minigonna o di sminuire con un qualsivoglia senso ironico o sarcasmo circostanziale il mondo e il pensiero maschile. Non si tratta di assumere dignità poggiando su delle futili materialità o sullo sminuire ciò che spesso impedisce il nostro personale percorso. È una questione, come sempre, di intenzioni che non hanno volant e non prevedono offese. Chi pretende rispetto, deve prima sapere cos’è e, chiaramente, saperlo esercitare.

Con la sua massima diffusione il femminismo è arrivato a legare le sue dinamiche anche al fattore linguistico e comunicativo mettendo in discussione, assieme ai ruoli sessuali, i modelli di valore generale. Soprattutto nella filosofia occidentale, il pensiero maschilista si è imposto come modello neutro e universale attorno al quale ha costruito e qualificato il mondo, sottraendo all’essere sessuato femminile la capacità di autosignificarsi. Che cosa significa questo? Significa che invece di «L’uomo è misura di tutte le cose» si dovrebbe dire «L’individuo…»; invece di «L’uomo della preistoria…», «L’uomo e la donna della preistoria…»; invece di «La storia dell’uomo…», «La storia dell’umanità…»”; significa che invece di mantenere nell’uso corrente termini generici come il medico (riferito tanto a donne quanto a uomini) dovrebbero esistere la medica, la architetta, la ingegnera che invece suonano male. Tutti i termini femminili sono gregari e ciò nasce dal fatto che esiste una similarità riscontrabile tra il ruolo della donna nella società (decisamente subalterno) e il ruolo del linguaggio della sfera femminile all’interno della lingua. Anche il repertorio lessicale dunque si conforma alla differenza sessuale. E siamo talmente inseriti in questo repertorio maschilista e neutro che tutto ciò che si dimostra femminile viene inevitabilmente aggregato alla sfera maschile per cui abbiamo errori come entusiasto, gli passi il libro a Clara.

Le strutture delle lingue eserciterebbero dunque un’influenza sul processo di categorizzazione mentale di chi parla; viviamo ogni nostra singola esperienza in un dato modo nella maggior parte dei casi perché le abitudini linguistiche delle nostre comunità ci predispongono a certe scelte di interpretazione. Che l’universalità del linguaggio prettamente maschile usato anche per determinare sfere della significazione femminile sia elemento che alimenti fenomeni come il sessismo, appare ormai chiaro e allarmante. L’intento del lavoro di diversi linguisti in prospettiva femminile è perciò mirato a rendere ben visibile l’identità della donna anche attraverso un linguaggio “proprio” che si contrappone a un linguaggio imposto “estraneo”. Insomma si lavora affinché il femminile possa essere utilizzato con lo scopo di rendere le donne meno invisibili.

Con la speranza che piccoli errori possano essere compresi e corretti andando oltre il semplice rispetto di una regola grammaticale e innescando così un’attenzione alla sfera femminile sociale e politica, continuo a portare avanti l’idea che le parole vanno lasciate semplicemente fare il loro dovere, che hanno tutte un personale e specifico valore il quale, se sminuito o generalizzato, può modificare un’intera visione collettiva. Insomma ancora una volta Nanni Moretti ha ragione: le parole sono importanti.



Emanuela Fava

Nasce a Roma nel 1995. Legge molto e parla poco. Ama scrivere, mangiare e ricordare. Walkie Talkie è un’ottima opportunità per dar voce alle cose in cui crede.

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