Time-out: qualcuno dice no

“Il nostro silenzio non ci proteggerà”. Nata ad Harlem, figlia di immigrati dei Caraibi, Audre Lorde rifiutò di essere ridotta al silenzio. Durante tutta la sua vita animosa ha incoraggiato le donne delle più svariate società e tradizioni a trasformare il proprio silenzio in parola e poi in atto. Sublimare attraverso la scrittura. Poetessa d’altri modi e d’altri tempi, Audre concepiva la poesia necessità vitale e non lusso, il primo passo per ogni atto.

Sostenitrice della diversità, incoraggiava il suo pubblico ad aprirsi alle differenze e a utilizzarle come forze per il cambiamento, denunciando la gerarchizzazione delle molteplici forme di oppressione (non c’è una forma più o meno buona, sono tutte marce). Il suo femminismo spronava dunque alla lotta contro il razzismo, il sessismo, la differenza di classe, l’omofobia; la sua prosa e la sua poesia hanno ispirato i più grandi movimenti rivoluzionari afroamericani e le più grandi proteste femministe; Audre verrà nominata Gamba Adisa ossia guerriera.

E il guerriero non è colui che lotta e che vince, la storia di Audre ce lo insegna; un guerriero è colui che si fa capire dagli altri, perché non sa stare in silenzio, perché il silenzio non sarà mai l’arma da sguainare se si ha in mente di vincere, o quanto meno di combattere decorosamente.

Pur scrivendo un settimanale interamente dedicato ad Audre non renderemmo ugualmente giustizia alla sua persona, al suo essere Donna, alla sua storia, alle sue difficoltà, e io ammetto la mia ingiustizia, che è anche duplice: dedico a questa donna un solo articolo e uso la sua storia per fare una delicata ma spontanea critica al mio mondo, che non sembra essere stato l’allievo più in gamba nella grande scuola della storia: dal piccolo ma imparziale mondo di Audre ha appreso veramente poco.

C’è chi dice no: sono coloro che non tacciono; è Audre Lorde; è l’uomo che fugge dalla guerra, è l’uomo che aiuta chi scappa, è l’uomo che aiuta; è la donna che prepara la cena per Anna, Marco e Samira, 7 anni, scappata dalla Siria, rimasta orfana, ritrovata una vita in Italia, ricominciato a vivere; è il ragazzo che si fa domande, che la sera davanti i fatti di Roma si chiede se è giusto decidere per la vita di un altro, se la vita di un altro può essere decisa, se le decisioni in questo caso contano e se contano, quanto contano. Dice no la ragazza che si sente offesa dall’uomo meschino e ottuso che vede il marcio in tutto ciò che non è bianco e in tutto ciò che non è italiano; dicono no loro che non semplificano, che non si adeguano, che non danno la colpa all’integrazione e allo straniero se sulle Ramblas, a Parigi, in un pub di Londra, violentemente, scoppia una bomba. Dice no chi smette di vedere ogni fatto come l’esatta copia di un altro, di pensare che ciò che deve accadere accadrà perché già accaduto, di confondere e di estendere generalizzazioni che calpestano la vita delle persone. Che si smetta di ingerire e digerire la modernità tale com’è senza averla prima indagata e compresa, se non fosse per altro che per sviluppare una idea che non è quella di mamma, quella di papà, quella di Gianni, quella di Eva, ma è un’idea speciale perché è la mia, perché l’ho voluta io, perché l’ho portata in grembo, l’ho partorita e che ora alla luce del giorno si rivela in tutta la sua unicità, che è dunque bellezza. Sogniamo su delle parole, sogniamo la parola bene, la parola pace, la parola integrazione, la parola giustizia, onestà, lealtà, rispetto, trasparenza. Ma le parole hanno il tempo di una bolla di sapone, l’esistenza di una farfalla: restano cosa vana, una bolla che scoppia, una farfalla che non vola. E qui aveva ragione Audre, c’è bisogno di agire, c’è bisogno di movimento se si sente il bisogno di cambiare: nessuna novità arriverà se la si professa da una seggiola.

Impossibilitata a chiedere un time-out al mondo, chiedo alla gente di dire no; impossibilitata a trovare un modo più efficace per incoraggiarci, prendo in prestito il testo del dinamico Fabi e concludo assicurando una verità sempre valida: ci salverà la volontà.

Parlo per me, per il mio paese,
per quella parte che tace e non dice che gli soffoca in gola uno strillo per lo sgomento di uno spettacolo indegno per cui paga e non lo ha scelto, di chi segue il bastone del pastore o l’etichetta dov’è scritto il proprio nome e per il futuro e inginocchiarsi ed accendere un cero, complimenti davvero; pascoliamo, pascoliamo e pure in un campo a caso e che sia vicino casa perché migriamo soltanto dal divano al davanzale, prigionieri, con il  terrore di essere liberati, di essere liberi. […] Allora una parola lanciata nel mare con un motivo ed un salvagente che semplicemente fa il suo dovere, una parola che non affonda che magari genera un’onda che increspa il piattume e lava il letame.



Emanuela Fava

Nasce a Roma nel 1995. Legge molto e parla poco. Ama scrivere, mangiare e ricordare. Walkie Talkie è un'ottima opportunità per dar voce alle cose in cui crede.

Leggi anche

Top