Passi assorbiti

Lo scorso gennaio circa 500mila persone hanno intasato la capitale americana per protestare. E la protesta ha abbracciato tutti i temi dell’opposizione: l’aborto, l’immigrazione, la controriforma sanitaria, le donne, noi, gli altri. Un profumo fresco di rivolta si è diffuso a macchia d’olio unicamente con l’idea di appartenere. E l’appartenenza va oltre una salvezza personale, oltre il bisogno di essere civile, è un vigore che nasce quando si fa parte di qualcosa che soffoca ogni egoismo personale. Lo intonava mirabilmente Gaber che l’appartenenza non è un insieme casuale di persone, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. Oltre la rabbia, oltre l’odio, fare nostra la causa degli altri.

Ebbene, sarebbe l’articolo tipo se non fossi costretta a parlare anche di Donald Trump. Chissà, ad immaginarselo, che suono potrebbe avere un pensiero quando nasce; un suono morbido o acuto, uno grave, uno squillante. Ad immaginarmeli, dai pensieri di Trump uscirebbe solo rumore, lo stridio del gesso che inciampa sulla lavagna, lo sfrigolare dei freni lungo le rotaie, un persistente e insopportabile piagnucolio. Pensieri rumorosi rivolti alla donna, che mentre li si ascolta, il battito del cuore viene ostacolato. Li si ascolta, sì perché, presupponendo che l’orgoglio poggi su di una forte consapevolezza di sé, Trump è tanto consapevole del suo fastidioso pensare sessista che alla fine, lo espone pure. Una naturale conseguenza, dunque, il lungo protestare in strada dei cittadini americani, delle donne che hanno visto attaccato nuovamente il loro diritto all’uguaglianza, di quel femminismo ormai maturo che si è visto di nuovo chiamato a prendere le armi. O perlomeno uno striscione.

Il soggetto è irritante soprattutto per le donne, e non è nuovo. Il movimento femminista è nato per sostenere la libertà delle donne che è il diritto all’uguaglianza con l’uomo, situata all’orizzonte di un libertà più estesa, quella universale, quella umana. Non è un capriccio da femminucce, è l’acuta e attenta volontà di porre la sorte dell’individuo in termini di felicità, di libertà, di umanità oltre il solo punto di vista maschile (o maschilista). Dalla Rivoluzione francese alle Suffragette, da Emily Davidson a Simone de Beauvoir… si parla e si scrive da sempre di donne che non si accontentarono mai di avere ricevuto una qualche libertà di costume e che tentarono dunque di far strada ad un ideale che sussiste tutt’oggi. Ma allora basta un Donald Trump a far crollare un valore le cui radici sono interrate saldamente, oramai da anni? Sarebbe bastata veramente l’elezione di Hillary Clinton a salvare il lavoro che è stato fatto da donne attente e attive in un primo tempo del femminismo? È vero, Hillary parla una lingua del tradizionalmente corretto e in un’ottica politica per molti sarebbe stata il male minore; ma in ottica femminista la sua vittoria sarebbe stata come una pennellata di vernice trasparente, che copre ma non uniforma e non cambia colore alle cose. Il problema dei commenti di un omuncolo come Trump non è di Trump, è delle idee che ci trasciniamo dietro da anni proprio perché tradizionalmente corrette. Se è vero che l’emancipazione femminile è avvenuta, è vero anche che un processo di emancipazione non è per forza e di conseguenza un processo di liberazione. Se ci si emancipa e poi si fa propri i modi di pensare usualmente ritenuti corretti e/o galanti per il quale “paga lui perché è uomo”, “passo prima io perché sono donna” l’emanciparsi è un po’ come vestirsi, imbellettarsi, prepararsi per uscire e poi rimanere a casa sul divano. Passi fatti in un primo tempo per essere poi assorbiti dal consueto, dall’usuale, dall’ordinario in un secondo tempo.

Non stupiamoci solo davanti a parole scomode, informiamoci, capiamo. La lotta alla liberazione da questi ideali sessisti e maschilisti non può e non deve risvegliarsi saltuariamente solo perché un presidente dice paroline di troppo. Appartenere ad un’idea prevede prima comprendere l’obiettivo comune che, per me, è pressappoco questo: solo attraverso il lavoro, l’indipendenza economica e la possibilità di autorealizzazione che ne deriva, si riuscirà a chiudere l’eterno ciclo del vassallaggio e della subalternità al sesso maschile. Solo così, allora, l’avvenire sarà aperto.



Emanuela Fava

Nasce a Roma nel 1995. Legge molto e parla poco. Ama scrivere, mangiare e ricordare. Walkie Talkie è un'ottima opportunità per dar voce alle cose in cui crede.

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