(PD) Politico Dizionario

La sconfitta al referendum del 4 dicembre è stata tutt’altro che innocua. Sicuramente, ha fatto saltare i nervi all’interno del Partito Democratico, già dilaniato da lotte interne che ora sono emerse, forse, in tutta la loro aggressività. Ne è testimonianza l’intervento di Roberto Giachetti nell’Assemblea Nazionale del PD del 18 dicembre 2016, nel quale ha espresso i suoi rilievi riguardo l’adesione ad un clima più unitario all’interno di quella che è oggi la principale forza governativa e partitica del Paese. Parole coraggiose, politicamente aggressive e sincere, che non hanno nascosto l’invito alla minoranza interna a riflettere se restare o meno nel partito e che non hanno esitato ad etichettare Roberto Speranza una faccia come il culo. Con una sola frase, l’intero intervento di Giachetti ha subìto una caduta di stile. Aggravante: si trattava di un intervento fatto in pubblico, all’interno di un organo del Partito Democratico e in diretta streaming, dunque accessibile alla stragrande maggioranza delle persone. Ma il problema, non sono le parole di Roberto Giachetti, bensì il livello di degrado che la discussione politica interna al Partito Democratico sta vivendo da almeno un anno. Andando a ritroso nel tempo, ripercorrendo il 2016, possiamo individuare con facilità espressioni che non sono affatto esempi modello di un linguaggio politico «alto». Poco bella è stata, ad esempio, la frase «lo stile è come il coraggio di Don Abbondio», detta da Matteo Renzi in occasione della Direzione PD del 7 dicembre 2016. Particolarmente imbarazzante è stata, per il sottoscritto, la diatriba su Facebook che si è sviluppata tra il Sindaco del mio Comune (Tommaso Conti) – esponente del Partito Democratico – e un personaggio politico molto noto in Provincia di Latina (Giorgio De Marchis), anche lui in quota PD: un «cafone» di qua, uno «stronzo» di là, un «vaffanculo», altre belle espressioni* ed ecco che sui social ci si dimentica del ruolo istituzionale e della notorietà che si ha, mostrando il lato peggiore della persona. Ci sarebbero altri esempi da elencare, come il «Fassina chi?» di Matteo Renzi, ma qui non conta fare un riepilogo di tutte le oscenità dette dal Partito Democratico e non solo. Il discorso è che bisognerebbe, innanzitutto, cominciare a capire cosa sta succedendo, casomai rispondendo subito alla domanda dove stiamo andando? O meglio, cosa sta diventando il Partito Democratico? Personalmente, non sono più parte di quella storia, avendo lasciato il partito con relative cariche nell’estate del 2015, ma per alcuni fili continuo ancora a sentirmi legato. Fili fragili, che rappresentano il periodo in cui militavo districandomi tra Congressi, Elezioni, dibattiti e gazebo. Ricordo momenti di tensione anche elevati, ma c’era comunque lo sforzo, da parte di tutti, a non sfociare nel volgare e nella mancanza di rispetto verso l’interlocutore. Oggi, di quell’aspetto educativo, sembra restare molto poco: la comunità non è più tale, ma è un luogo (ancor più di prima) composto da persone che tra loro si odiano e fanno a gara per scalare in maniera vorace il partito. È una guerra continua, dunque ogni mezzo è lecito. Peccato, perché il Partito Democratico, fino ad oggi, si era posto come la principale forza politica in grado di contrastare il «Vaffanculo!» del Movimento 5 Stelle e le bassezze di Lega Nord ed altri partiti, proponendo uno stile più armonico, ricco di difetti ma più attento a criticare i problemi che ad etichettare una persona. Dispiace, perché acquisire un linguaggio che non è affatto quello distintivo della propria storia, significa mettere in imbarazzo i militanti, le vere persone coraggiose che spendono buona parte del proprio tempo per divulgare programmi, valori e idee del partito. Delude, perché la discussione politica dovrebbe essere un esempio, un modo per appassionare a questo mondo nuove leve. La strada intrapresa non è affatto positiva: se a questo percorso vi aderisce la principale forza del Paese, allora il livello di guardia diventa massimo. Sarebbe utile, per rimediare, considerare queste parole: «Io credo che la politica stia vivendo uno dei momenti più bassi anche dal punto di vista del linguaggio oltre che dei comportamenti, e che questo non aiuti il Paese. Ormai la rissa è d’obbligo». Guarda caso, parole dette da Roberto Giachetti.

 



Angelo Cioeta

Sono uno studente universitario che al momento prova a prendersi una laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Ho diverse passioni: la lettura, la politica, lo sport etc. Ma di una cosa non posso fare assolutamente a meno: stare all'aria aperta, cercare di fugare i luoghi chiusi il più possibile. Camminare, andare in bicicletta, visitare luoghi, girare l’Italia e il mondo significa per me vivere nel vero senso del termine. E a tutto ciò, ci aggiungo anche l'incredibile pazzia (per me) di ballare la salsa cubana. Così son fatto.

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