Un sorso di vita

Da mesi, con gli occhi in un libro, non so camminare in altro modo. Un libro arrivato per caso, comprato per sentito dire, regalato per un senso di sicurezza tanto “a Emanuela i libri piacciono tutti!”. Sbagliato. Ormai, da tempo, finisco solo i libri che mi insegnano qualcosa; e L’isola di Arturo, per caso come è arrivato, mi ha insegnato un modo nuovo di intendere la vita. La vita come la intendeva Elsa.

Cresciuta nel quartiere Testaccio a Roma, la madre, una maestra elementare, il padre, un istruttore di riformatorio, Elsa Morante viveva compilando tesi di laurea per conto terzi. Non era un carattere facile, non aveva mezze misure, era violenta nelle affermazioni. Aveva una qualche bellezza che la teneva al centro dell’attenzione, capelli vaporosi, occhi turchini, e un’intelligenza che era come un gorgo al quale la gente si avvicina per curiosità e dal quale si allontana per prudenza. Credo si svegliasse abbastanza tardi, voleva mangiare a mezzogiorno e mai sola, aveva orari precisi e inflessibili. Questo, solo quando si trattava di mettere mano a una penna, si intende. La letteratura scandiva la vita di Elsa come le lancette scandiscono il tempo. Se ferme, esso, non ha più ragione d’essere.

Quattro romanzi in una vita, due raccolte di poesia, due racconti. Su quello che ha scritto (poco, ma tutto necessario) sposto la lente e ne focalizzo due: La Storia e il regalo fatto per caso, L’isola di Arturo. Il primo romanzo, testimonianza coraggiosa di fiducia nel potere della parola letteraria, sollevò osanna e accuse, fu un caso politico prima che letterario. E le polemiche come sempre rendono torbida l’acqua e il fondo delle questioni offuscato, confuso, distorto. Elsa si ritirò in casa stordita da tanta cecità. In fondo, a cosa era dovuto tanto accanimento? Al fatto di essere un libro nudo e crudo, quindi vero. Ma si sa, la verità, dai tempi dei tempi, brucia. Ne La storia si parla di vite minime, quasi preistoriche, attraverso le quali la Morante ci ha riportati tutti quanti al nostro temperato, ingenito fondo animale. Sono le nostre storie, la nostra indifesa quotidianità che fa fronte alla storia, issata da altri, inculcata a tutti. Perché leggere queste pagine oggi? Basta sollevare il berretto dell’immobilismo che ci copre gli occhi e ci impedisce la visuale per prendere coscienza del fatto che anche oggi, qui e altrove, nessuno può permettersi di stare in silenzio.

In un mare più tranquillo, con meno onde, con meno vento, sembra invece di nuotare quando scorriamo gli occhi tra le frasi de L’isola di Arturo. Due cose: l’amore slegato da tutto, l’amore come potere attivo dell’uomo, l’amore che “non ha nessuno scopo e nessuna ragione, e non si sottomette a nessun potere fuorché alla grazia umana”, e la parola che diventa vita, che fa un tutt’uno col mondo. C’è da sapere questo e che quando si chiude questo romanzo ci si sente invasi di tenerezza e di un senso di appartenenza, di appartenere alla vita, alla nostra, a quella degli altri.

Anarchica, ambiziosa, ritirata ed eccentrica, atrocemente libera, Elsa Morante si è innamorata della vita, presa di petto, vissuta per saglio, bevuta a grandi sorsi anche se poco giusta, sporca, solo più decente della morte. Non prudenza ma audacia; audacia nel dissentire sempre, prudenza a non rinunciare mai. Così viveva e quanto potentemente lo faceva, Elsa, me lo ha insegnato leggendola.



Emanuela Fava

Nasce a Roma nel 1995. Legge molto e parla poco. Ama scrivere, mangiare e ricordare. Walkie Talkie è un’ottima opportunità per dar voce alle cose in cui crede.

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