Per volere del popolo

Come dopo ogni consultazione elettorale, le forze politiche si dividono sull’interpretazione dei dati, svelando le più profonde differenze tra loro e tra le idee che le contraddistinguono. Questo meccanismo, paradossalmente, è ancora più accentuato nei referendum, i quali danno un verdetto inequivocabile ma anche troppo sintetico per rappresentare tutte le forze in gioco.
È così che è andata anche in Italia dopo il fatidico 4 dicembre: una parte del “fronte del no” chiedeva un governo Rodotà-Zagrebelsky, c’è chi chiedeva di andare subito a votare con l’Italicum anche al Senato, chi invece chiedeva di andare subito a votare ma col Consultellum anche alla Camera, e chi, pur chiedendo di andare subito a votare, lasciava intendere una disponibilità a formare un nuovo governo.
Insomma, viene quasi da pensare che la reboante “accozzaglia” referendaria altro non sia che un gruppo di amici, con poco in comune, che non si vedeva dai tempi del liceo ed ha deciso di riunirsi, tutti insieme, una pizzata come ai vecchi tempi e poi ognuno per la sua strada.
Ma non è l’unico esempio che possiamo portare e su cui possiamo ragionare a voce alta, per capire dove sta andando la politica dell’inizio di questo nuovo millennio.

“Al voto! Al voto!”

Come se fosse un disegno astrale predeterminato da una divinità lontana, la storia europea contemporanea – di questi anni incerti che si smaterializzano fino a diventare mesi, settimane, infine giorni, e talvolta minuti convulsi – è costellata dai referendum.
In principio fu quello greco, proposto dal rampante premier Tsipras, che dapprima ne fece l’eroe della sinistra mondiale e poi il grande traditore della stessa; poi fu il turno del referendum sulla cosiddetta “Brexit”; ed ancora, anche se in tono minore, il referendum sulle quote dei migranti da accogliere in Ungheria, voluto dal premier Orbàn e fatto fallire dalle opposizioni.
L’Italia, giustamente, ha raddoppiato la posta in gioco, provando a sopravvivere a due referendum (e quindi a due campagne elettorali) in poco più di sette mesi: con il primo – quello sulle trivelle del 17 aprile scorso – a fare la parte dell’antipasto rispetto al Referendum del 4 dicembre, che oltre ad avere un valore politico (tutte le tornate elettorali hanno un valore politico: dire “ma si votava sulla Costituzione” è semplicemente fuori dalla realtà), aveva un evidente valore sistemico, visto l’intento di riformare circa un terzo della Carta dei nostri valori fondamentali.

Sono ovviamente temi e casi molto eterogenei ma non può essere considerata una coincidenza: la politica nell’era digitale, dove le comunicazioni sono immediate e la formazione delle opinioni è iper-estesa, ha il costante bisogno di legittimazione elettorale; deve tenere in conto gli interessi dei cittadini, quella che viene chiamata opinione pubblica, ma non sa quali siano questi interessi e si affanna a captarli, a volte con i sondaggi, a volte con le campagne elettorali.
Ed è così che il voto dei cittadini in tutti questi referendum si è trasformato in un’arma politica interna, usata sia da chi li ha “proposti” – principalmente i governi dei vari paesi – e sia da chi li ha “subiti” – e cioè le opposizioni. Ma non solo: sono stati usati anche come arma diplomatica, per raggiungere obiettivi di politica estera altrimenti impensabili e per mettere sotto pressione le istituzioni europee.

Da questo punto di vista il più eclatante è il caso inglese: l’ex premier David Cameron prima lo ha proposto in campagna elettorale, poi una volta eletto lo ha convocato e lo ha utilizzato per negoziare un accordo più favorevole con l’UE; salvo poi doversi dimettere dopo la clamorosa sconfitta.
Ma anche il referendum greco ed il referendum ungherese parlano di leader che faticano ad imporsi in ambito internazionale e cercano di ribaltare il tavolo, promettendo ai cittadini l’impossibile, salvo poi alla fine accontentarsi di quello che ottengono dall’Europa come contropartita (che tutto sommato è meglio di niente).
Torna ancora una volta il tema del significato dei referendum, cioè dell’interpretazione della volontà popolare: voler racchiudere in due sole opzioni (sì/no) il giudizio su equilibri internazionali (o interni) alla cui realizzazione si è lavorato per anni non solo è riduttivo, ma è anche pericoloso.
Niente di illegittimo, intendiamoci; ogni voto ha il suo valore intrinseco e la sovranità popolare è intoccabile e mai potrebbe, né dovrebbe, essere messa in discussione; ma, come abbiamo visto per la “Brexit” (che spazia tra “hard” e “soft”) e per il referendum greco, la volontà popolare, ostentata chimera, è interpretabile, è modellabile, è più complessa dei dati secchi che la tornata referendaria restituisce alla politica. E allora via a ricostruire gli equilibri crollati, a cercare nuove alleanze, nuove maggioranze, nuovi compromessi, col solo effetto di allontanare ancora di più gli elettori dalla gestione della ‘cosa pubblica’.
Oltre alla domanda “Qual è la volontà popolare che scaturisce dal voto?” si aggiunge quella ancora più difficile da affrontare del “Chi è legittimato ad interpretarla?”.
E la ricerca di una legittimazione popolare, di colpo, si trasforma per gli aitanti politici che l’hanno bramata in una matassa da sbrogliare che fa perdere il sonno (si veda alla voce: Theresa May).

Il partito della reazione

In Italia, in particolare, la battaglia che si è giocata su questo referendum (e quindi non solo “sulla pelle dei cittadini” ma anche “sull’inchiostro della Costituzione”, mi sento di aggiungere) è tra due visioni opposte del futuro del nostro paese: il partito della Nazione renziana (o se preferite il partito della narrazione) ed il partito della reazione.
Il primo è il progetto politico fortemente voluto da Matteo Renzi, modellato sull’idea di un sistema maggioritario, con un sistema di elezione simile a quello dei sindaci, e con una idea di politica competitiva, immediata, totalmente di rottura con “la politica del passato”.
Il secondo invece è il partito-accozzaglia che si è venuto a creare per contrastare il primo, mettendo in atto la strategia del logoramento: un classico di repertorio proprio di quella “politica del passato” che Renzi voleva superare.
In questo aspro contrasto tra il partito della Nazione renziano ed il partito della reazione anti-renziano entrambi hanno cercato di convincere i moderati, di “sfondare al centro” e la grande assente è risultata essere la sinistra, che si è distribuita equamente tra il ‘Sì’ ed il ‘No’, mentre il grande vincitore è senza dubbio il MoVimento 5 stelle, che meglio riesce a rappresentare una prospettiva di cambiamento alternativa a Renzi in questo momento.

Le due visioni politiche che si sono date battaglia sono idealmente contrapposte soprattutto se si pensa al sistema elettorale che le rappresenta: da una parte l’italicum, che è quasi un manifesto politico del progetto iper-maggioritario, mentre dall’altra le forze politiche pensavano a diverse proposte ma sicuramente lontane dalla legge varata dal Governo Renzi – che gli è valsa le accuse di “deriva autoritaria”.
La vittoria del ‘no’ ha proiettato la scena politica verso un discussione forzata proprio sul tema della legge elettorale, che attualmente è disomogenea tra la Camera ed il Senato, imponendo al Presidente della Repubblica la ricerca di una soluzione.
Un ulteriore paradosso consisterà, molto probabilmente, nell’approvazione di una legge proporzionale da parte della stessa maggioranza che aveva votato l’attuale legge a vocazione maggioritaria: ancora una volta un referendum ha certificato il sorpasso dell’opinione pubblica, consapevole o meno, sulla maggioranza parlamentare.
E, altro paradosso, il sistema elettorale proporzionale, che con ogni probabilità sarà la soluzione adottata, segnerebbe la vittoria del partito della Nazione che gli avversari si illudevano di fermare con il referendum.

Tutto sembra quindi convergere verso un nuovo bipolarismo, “politica vs anti-politica”, con le forze di destra e di centro-destra a fare da ago della bilancia tra PD e m5s. Un sistema di larghe intese insomma, le stesse larghe intese che tanta rabbia hanno causato in questi anni tra gli elettori e che hanno determinato una buona parte dei 19 milioni di ‘No’ espressi nelle elezioni di domenica 4 dicembre.
Anche in questo caso si pone il tema della volontà popolare e della sua interpretazione: nelle elezioni politiche con sistema proporzionale avremo, con elevata probabilità, tre grandi poli che certamente non avranno la maggioranza. Non rappresentano una volontà univoca: che si fa?

La politica liquida

Se ci dovessimo fermare a considerare gli esempi fatti, concluderemmo dicendo che le Istituzioni democratiche saranno sempre più messe a dura prova dalle consultazioni popolari, correndo il rischio di non riuscire a rispondere in tempo ai cambiamenti della società e dell’elettorato, finendo così per essere costantemente superate dalla realtà.
Gli esempi dell’esito dei vari referendum o la formazioni di governi di larghe intese dopo un voto frammentato (così come succede in Germania ormai da anni, così come è successo drammaticamente in Spagna nella legislatura corrente) possono essere tutti letti come un tentativo dell’establishment – della casta, dirà qualcuno – di modellare il voto popolare, di affermare la superiorità di pochi sulla volontà dei molti. Un mezzo golpe insomma.
Ed è proprio a partire da queste contraddizioni insite nel sistema democratico contemporaneo, aumentate dall’immediatezza della formazione delle opinioni, e dalla rapidità di cambiamento delle stesse, che si sta sgretolando lo strumento più importante della democrazia occidentale: la rappresentanza politica .
Andiamo incontro ad un’epoca in cui non ci sentiamo più rappresentati? Oppure non vogliamo più essere rappresentati? Non tolleriamo più i compromessi della politica oppure non siamo più disposti al compromesso e, di conseguenza, non accettiamo il compromesso in politica?

Queste sono le domande che escono prepotentemente fuori dalle consultazioni politiche degli ultimi due anni di tutto il mondo occidentale e di cui il referendum italiano non è che una piccola parte.
È il grande tema dello squilibrio tra i due piatti della bilancia di qualsiasi democrazia: il popolo, da una parte, la Politica dall’altra; rappresentati e rappresentanti, uniti ormai solo da una finzione retorica che è sempre più fragile di fronte all’impetuosità della Storia.
Ma il rischio maggiore è quello di confondere le nuove esigenze sociali ed economiche, ed i motivi che portano i singoli elettori a votare contro “l’establishment”, o meglio, che portano gli elettori a votare contro “e basta”, con una generale esigenza di cambiamento della politica.
La politica è svilita ed avversata da così tanti elettori perché incapace di raccogliere le sfide della nuova società; perché è senza risposte di fronte alle grandi tematiche dei nostri tempi, dalle diseguaglianze economiche, alla sfida al terrorismo ed alla gestione delle emergenze umanitarie internazionali, e cioè estrema povertà ed immigrazione. O, peggio, perché le risposte della ‘destra’ e della ‘sinistra’ sui temi più complessi si somigliano sempre di più, vanificando qualsiasi tentativo di richiamare la logica dell’alternanza.

Una politica così fatta è già di per sé fragile ed allora si capisce perché riscuotono così tanto fascino tutti coloro che si pongono all’esterno della piramide politica e cercano di scalarla.
È un’illusione: per rispondere alle ansie, alle paure ed alle richieste individuali occorrono idee, non persone. Ed è soltanto quando la Politica tornerà ad essere fatta da idee diverse e contrapposte, da visioni e da prospettive che la bilancia potrà tornare in equilibrio. L’antipolitica non è (solo) la richiesta di abbassare i costi, di ridurre le poltrone, di finirla coi giochi di potere; è la disperata richiesta di tornare ad una competizione politica elettorale vera, che non si basi sui sondaggi e sulle conseguenti prese di posizione, come in un mercato dove ogni posizione viene colmata per ottenere il massimo risultato. Solo quando la politica tornerà ad essere confronto e scelta la frase ‘per volere del popolo’ tornerà ad avere un significato.



Gabriele Cimmino

Gabriele Cimmino è nato nel 1996, ha una personalità spiccata che si sviluppa tra letteratura, innaturali tendenze a parlare di sé in terza persona ed un incessante citazionismo; ad esempio, scrive su WalkieTalkie per consumare "un po' d'ansiosa incosciente giovinezza".

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