Una semplice storia d’amore

Ho fissato a lungo La danza di Henri Matisse mentre pensavo a cosa stesse succedendo al sistema democratico. Una bellissima e ordinata danza sul mondo, tre colori accesi e a un certo punto la rottura, la crisi. Mi è sempre piaciuto il significato maestoso di questa parola che di per sé non ha nulla di nefasto: esprime il separare, ma anche (e soprattutto) la scelta, il giudizio e la capacità di discernimento. In quest’accezione, dietro ogni crisi c’è una scelta: quella di decidere dove andare. C’è un ritmo incalzante e dinamico in tutta l’opera di Matisse, fino al punto in cui la danzatrice in primo piano lascia la mano della sua compagna di sinistra, ma il corpo è teso, le dita della mano allungate, nel gesto di riafferrarla per ricomporre il cerchio e proseguire la danza, l’equilibrio del mondo. Mi sono convinto che, anche in questa straordinaria storia d’amore, a un certo punto la danza si sia interrotta e la mano sia stata lasciata. La danza può interrompersi per poi riprendere, non necessariamente come prima: nulla si ripete mai allo stesso modo. Panta rei e la vecchia storia del fiume, insomma. Eppure qualcosa è cambiato, il nostro modo di vivere è profondamente cambiato. Il peso della rivoluzione digitale ha invaso ogni campo della nostra vita quotidiana a tal punto da compromettere la tenuta di un sistema di regole e comportamenti che da secoli è la nostra danza. La democrazia ha senz’altro delle imperfezioni, ma è l’unico sistema accettabile che abbiamo a disposizione, che ha permesso per lungo tempo di garantire diritti e sviluppo. La portata incontrollabile della globalizzazione e l’ondata violenta dell’era tecnologica hanno messo a dura prova la tenuta della democrazia e delle sue istituzioni, così come dell’arte che la governa: la politica.

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Così qualcuno, davanti alla crisi del sistema democratico e delle sue istituzioni, enfatizzando il problema fino all’esasperazione, ha provato ad offrire soluzioni temporanee, miopi, sostanzialmente di comodo. In fondo è sempre stato più semplice offrire un pesce all’affamato piuttosto che insegnargli a pescare. Qualcun altro, consapevole dell’entità del problema, lo ha accettato. Che non vuol dire assecondarlo, ma riconoscerlo nelle sue ramificazioni più profonde, provando a superarlo. C’è una dialettica a cui sono particolarmente affezionato: osservare un fenomeno, comprenderlo, accettarlo per quello che è e superarlo, sempre e comunque. Perché per quanto possa andar bene, qualsiasi fenomeno avrà sempre bisogno di cura, attenzione e inevitabilmente di essere superato, adeguandosi all’ambiente che muta, necessariamente. La paura di accettare i cambiamenti, di governare i processi, è la paura dell’utopista, quella di Vladimiro ed Estragone che aspettano Godot. Chi dice di voler cambiare senza poi cambiare mai. Eppure la storia del nostro Paese ci lascia tracce di istituzioni fragili, in precario equilibrio. Un insieme di Stati che si unisce sotto la Corona, poi la Grande Guerra e un ventennio di dittatura, ancora una Seconda Guerra e poi finalmente la libertà, la Costituzione: la nostra chiave di volta, la stella polare, il principio di tutto, la musica di questa danza.

Oggi ci viene consegnata tra le mani un’importante staffetta, un rafforzamento delle istituzioni democratiche, figlie di quella Resistenza che ci rese liberi e democratici, un’opportunità che non sarà l’unica e non sarà certamente perfetta, ma è ciò che il nostro Paese e le sue Istituzioni hanno prodotto. Perché la necessità di riformare la Costituzione era, ed è, un’esigenza della maggioranza parlamentare del Paese ed è anche la mia, se questa è diretta ad assecondare l’evoluzione del sistema democratico, conservando e rafforzando le istituzioni e le tradizioni della democrazia. Perché dietro le tradizioni istituzionali c’è un senso, un rapporto riequilibratorio, di tenuta, di garanzia e stabilità, un rapporto fiduciario tra le istituzioni e il popolo in una dialettica costante, che si modifica nel tempo. Non sono necessari sovvertimenti ma cambiamenti in senso riformista e progressista. Come tutte le creazioni umane, anche la Costituzione è soggetta all’azione umana e adeguarla ai cambiamenti attuati dall’uomo è un dovere, oltre che una necessità. Non ci si può tirare indietro sempre e nonostante tutto, rifiutando la partecipazione al gioco, le sue regole, i suoi meccanismi. Se si pongono questioni sul suo funzionamento, poi è giusto e imprescindibile che ci si assuma la responsabilità di farne parte e accettarne pro e contro. Non credo nella democrazia diretta, nella supremazia della rete e nei meccanismi impersonali che generano mostri: si nascondono dietro il nobile intento di partecipare attivamente alla vita politica del Paese, riducendosi poi a sterili e vuote discussioni sui social e non nei luoghi deputati a questa funzione; fare politica non è farsi eleggere con un clic ma impegnarsi a fondo per conoscere il meccanismo del gioco. Credo nei ruoli della nostra società, credo nel merito e nelle capacità acquisite a fatica, nell’utilità di tutti e nell’indispensabilità di nessuno. Non credo nel tutti fanno tutto, perché vorrei (nel gioco della democrazia rappresentativa) che se qualcuno prende il mio posto al tavolo quantomeno abbia un’adeguata conoscenza del gioco e delle sue regole, dei meccanismi e della loro storia, della loro importanza per il gioco stesso. Non sopporto che chi non è disposto a cambiare le regole ostacoli chi possa farlo e chi, volendole cambiare, vorrebbe farlo senza saper giocare, cambiando un gioco che neanche conosce, assumendosi l’assurda responsabilità di guidarci verso una non – alternativa, verso il caos. Chi si oppone a un così forte cambiamento di merito, senza offrire un’alternativa valida, spostando l’attenzione su fattori decisamente lontani dal merito della riforma, si comporta come chi è stufo di un gioco a cui non sa giocare e lo sacrifica per capriccio, per dispetto nei confronti di chi è più bravo di lui.

Per cambiare alcune regole, almeno quelle fondamentali del gioco democratico, ci vuole una sana dose di responsabilità che la rete non fornisce, tanto meno la pancia degli elettori. Non serve la rabbia, la frustrazione davanti a un sistema in crisi, ma la profonda consapevolezza e conoscenza del sistema e dei suoi attori per poter attuare una riforma profonda e lungimirante. La politica è cosa da grandi, chi vuole farla sui social, a colpi di like, può uscire molto serenamente da questo gioco e lasciare a chi sa farlo la responsabilità di guidare i processi di cambiamento, con tutti gli oneri e gli onori che questo comporta.

D’altronde, come ricordava uno dei più alti esempi di riformismo italiano, Federico Caffè, il riformista è solo, contro tutti.

“Il riformista è ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi […]; il riformista non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distruggono. […] Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un «sistema», di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del «sistema».”

Per tutte queste ragioni, e perché credo in questa straordinaria storia d’amore, io voto .



Gianmarco Mattoccia

Nato a Cori (LT), studio Economia e cooperazione internazionale all'Università La Sapienza di Roma. Appassionato di filosofia fin dai tempi del liceo, ho sempre cercato di capire il mondo guardandolo con occhi e prospettive diverse, consapevole del fatto che una visione d’insieme potesse essere quella più vicina alla realtà. Perché WTNews? Per provare non solo a immaginare qualcosa di lontano e coglierne l’essenza, ma anche per immergermi nel contingente e vederne i dettagli e le sfumature.

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