Segretamente, Violette

Si scrive per caso, o coscienziosamente; si scrive tacendo o facendo tanto rumore; si scrive sentendo d’un tratto molta distanza da tutte le cose o si scrive forse per dare ordine a molte di esse. Almeno sulla pagina, s’intende.

La scrittura, abusata, sfruttata, forzata, benamata, accudita, amministrata, controllata ha il solo e unico scopo di eternare movenze, debolezze, vittorie e sconfitte, possibilità, vizi, virtù, pensieri scabrosi, ruvidi, esperienze banali, vicende esemplari, senza la presunzione di imporre concetti, avendo chiari in mente i motivi che spingono a scrivere e che ogni frammento di vita ritratto non significa che se stessi. O almeno la propria idea di mondo.

Di scrittori e scritture ne esistono a dismisura, ma si ha il bisogno tuttavia, col passare del tempo e la nascita di nuovi orizzonti, di sensibilità che scendano dal palco e si mettano a fare il proprio lavoro. Avremmo bisogno di accertare invece di ripetere, di gente lucida che lavora nell’ombra. Violette Leduc era tutto questo. A lei, il mestiere di scrivere, le calzava a pennello.

Debole d’aspetto, con tratti irregolari ma delicati, aveva una cert’aria di semplicità, troppo pensosa a volte, una grazia ingenua, pensieri dolcemente voluttuosi. Purché la lasciassero vagabondare con una sigaretta in mano e fogli sparsi nella borsa, Violette non si lagnava mai. Fu una forza della natura, un vulcano di emozioni e sentimenti, possedeva quell’istinto di felicità innato in tutti gli esseri, che le permetteva di non prestare attenzione ai personaggi ottusi in mezzo ai quali la sorte l’aveva gettata. Fu piena di vita e la sua la visse nell’ombra. Violette era figlia di una cameriera e di un uomo che non l’ha mai riconosciuta, un’illegittima. Diventata amica di Maurice Sachs, che la spinse a scrivere e poi di Simone De Beauvoir, che le seguì negli anni, Violette scoprì di avere un grande talento che riversò in una scrittura diretta, dolorosa, in cui il desiderio femminile veniva raccontato senza pudori borghesi, con il solo e unico scopo di mettere se stessa sulla pagina, con determinazione, non per piacere al resto, ma per vedersi e piacersi lei stessa. Chapeau, Violette!

Non scrisse per spiegarsi al mondo dunque, ma perché la scrittura era per lei esigenza. Letteratura, parole violente, crudeli, sincere, libri senza respiro; il suo amore, il suo desiderio, sono stati sublimati dalle parole. Una forma di eleganza pura, priva di genio ma ricca di maestria, talmente assurda che non riesci a smettere di leggere come uno che non riesce a risolvere un’equazione e continua a provarci per sempre. Una sconfinata tristezza, parole che scorrono su sue personali stanchezze, disfatte e ne leniscono il bruciore sciacquando via lo sporco dalla ferita. Non credo ci sia qualcuno che, dotato di un minimo di sensibilità, non arrivi alla fine senza le lacrime agli occhi.

Ancora poco conosciuta, Ravages, La Bâtarde, Thérèse et Isabele, i suoi libri hanno impiegato anni prima di incontrare il loro pubblico: vuoi per la sua poca fierezza, vuoi per la sua condizione di “bastarda”, vuoi per le critiche rivoltale per la sua incerta eterosessualità, Violette Leduc continua ad essere uno dei grandi segreti della letteratura francese. Un segreto esistente, reale, tangibile ma che viene costantemente diluito, al quale vengono rivolte poche attenzioni, come l’ultima pagina di un libro: poco rilevante per uno studente molto svogliato, nel quale la felicità risiede nell’aver terminato il libro, troppo importante invece per lo scrittore per non dargli il peso che merita.



Emanuela Fava

Nasce a Roma nel 1995. Legge molto e parla poco. Ama scrivere, mangiare e ricordare. Walkie Talkie è un’ottima opportunità per dar voce alle cose in cui crede.

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